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Un bel volo
di Salvatore di Sante
- Sento i rami che frusciano. Toh! Uno scoiattolo!
Jim, alla guida, sorrideva. La Viper filava veloce sui tornanti. La sbirciava, felice e divertito.
- Che figata! Non mi ero mai accorta di come si acuissero gli altri sensi. Oh, arriviamo? Mi sembra una vita che siamo partiti...
- Quasi, manca poco. Ho voluto farti una sorpresa. Hai preso sempre un giorno di ferie a ogni mio compleanno, per starmi vicina e volevo ringraziarti.
- Non voglio ti succeda niente. E poi sono ancora più forte di te.
L'aria frizzante le portava aromi di prati fioriti ed erba appena tagliata.
- Eccoci. - esclamò Jim. Il muscoloso dieci cilindri si ammutolì, lasciando la scena al sibilo del vento tra le insenature e le chiome degli alberi.
Guen si tolse la benda e subito si illuminò in un sorriso.
Scese dall'auto e si sporse dallo strapiombo. Di sotto, a un centinaio di metri, un fiume formava una pozza che sussurrava di mille barbagli dorati. Tutto intorno si estendevano grandi blocchi di pietra levigati, una passerella naturale abbellita da sprazzi di verde.
- Sarà la nostra laguna privata, - disse Jim. - Ti piace?
- E' bellissima. - rispose Guen.
- Sono venuto qui altre volte, a fare dei sopralluoghi. Ci si arriva solo calandosi da un elicottero. Col paracadute non è il caso, il corridoio di roccia è molto stretto.
- L'acqua è abbastanza profonda?
- Sì. Ho guardato su internet e per sicurezza ho telefonato anche alla Forestale.
Senza aggiungere altro Jim tornò alla macchina e prese uno zaino dal bagagliaio.
- Che c'è dentro? - chiese Guen.
- Sorpresa. Allora, andiamo? - ammiccò Jim indicando il burrone con un cenno del capo.
- A quest'altezza sarà una bella botta. Sicuro di essere pronto?
- Vedremo. Al massimo stai pronta tu a mordermi, se vedi che i miei poteri non bastano...
Rimasero qualche istante in silenzio. Anche il vento si era fermato. Jim le prese la mano e piantò i suoi occhi azzurri in quella nocciola di lei.
Guen annuì, seria. Jim annuì, sorridendo.
Il volo sembrò infinito. La colonna di spruzzi esplose come un geyser, stormi di uccelli spiccarono il volo in un frenetico frullare d'ali.
Riemersero respirando affannosamente e boccheggiando rumorosamente, ammantati da un freddo sepolcrale.
***
Sempre per mano, ancora uno accanto all'altra, stavano supini su un masso piatto e liscio. Lui coi boxer e lei in mutandine e reggiseno, i vestiti appoggiati lì a fianco ad asciugarsi al sole.
- Non mi sono rotto nulla - esultò Jim. - Sai... - riprese poi in tono grave - a volte penso... che un giorno forse non la spunterò. Cioè, non è detto che sia scontato sopravvivere e aumentare i poteri...
Guen si mise su un fianco e gli scoccò un bacio morbido sulla guancia.
- Sono delle prove? E' un percorso già stabilito? E dove mi porterà? Oppure è una condanna e una di queste sciagure prima o poi mi ucciderà? - disse Jim.
- Finché ci sarò io non morirai, te lo garantisco. Al massimo ti faccio diventare un vampiro... - scherzò Guen.
- Com'è successo a Naspetti... - sussurrò Jim.
- Eggià. - bisbigliò lei sorridendo e continuando a guardarlo, girata sul fianco.
La biancheria bagnata le si appiccicava addosso, mezza trasparente.
Jim si guardò attorno: che qualcuno potesse vederli era fuori discussione, ma scacciò il pensiero. Scattò in piedi e prese lo zaino.
- Ah... Adesso vediamo cosa c'è lì dentro, - fece Guen.
Jim estrasse una bandierina e andò a incastrarla in un mucchio di pietre. «Reame di Jim e Guen» c'era scritto con un pennarello nero.
- Ecco. Come ti ho detto, d'ora in poi questo sarà il nostro regno.
Guen rise, mentre Jim continuava ad armeggiare nello zainetto. Tirò fuori una busta di plastica sigillata e cominciò a disporne il contenuto.
- Dai... dopo quel volo è ancora tutto sano... - esclamò Guen raggiante.
Come ultimo tocco sistemò il bouquet di margherite e violette tra i calici. E voilà, il pic-nic era servito: due tramezzini prosciutto e funghi, due con uova e maionese e una bottiglia di birra rossa artigianale.
- Brindo a un altro scampato compleanno, a questo posto meraviglioso e alla mia splendida fidanzata! - propose Jim.
- Cin cin! - esultò Guen. - Senti... - continuò - che dici se facciamo come Twilight(1) e corro su per il bosco portandoti in spalla?
Risero forte e vuotarono d'un fiato i bicchieri.
http://www.wizardsandblackholes.it/?q=17
(1) Twilight è un film del 2008 diretto da Catherine Hardwicke e sceneggiato da Melissa Rosenberg, adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo del 2005 di Stephenie Meyer.
Volando col vecchio John
di Salvatote di Sante
Ronfava supino nella gondola, con la bottiglia di gin stretta in mano. Il cielo e il sole erano degni di una tela impressionista ma il vecchio John, inciuccato com'era, si perdeva beatamente lo spettacolo.
Come al solito toccava al fedele pappagallo Polly occuparsi del volo. John gli aveva insegnato a tirare la corda per sprigionare il fuoco e così, escursione dopo escursione, l'arguto pennuto era diventato un maestro nel gonfiare il pallone al momento giusto ed evitare che si schiantasse contro qualche montagna. Va detto, a onor del vero (di modo che Polly non si monti troppo la testa), che gli ordini da seguire non erano dei più complessi: l'affezionato padrone si raccomandava solo di mantenere integri il pallone variopintamente rattoppato e i suoi occupanti fino al risveglio del suddetto dalla quotidiana e inevitabile sbronza d'alta quota.
E come ogni giorno da mesi ormai, Polly stava facendo un lavoro egregio.
- Dobloni d'oro... corona incastonata di diamanti... - farfugliava John dimenandosi ogni tanto tra gli sbuffi e il russare; perché prima che l'ottuagenario John andasse in fissa con la mongolfiera, anche lui era stato un lupo di mare. Un pirata, per la precisione. Il classico filibustiere con tanto di tricorno, camicia sborsante, pantaloni a righe e scimitarra a penzoloni nella fusciacca; uno dei tanti che nel diciottesimo secolo aveva sperato e tentato di far fortuna cavalcando i flutti tra un arrembaggio e l'altro.
Il vecchio John stava appunto sognando un condensato dei suoi più ardenti desideri giovanili: un'ingiallita mappa del tesoro, un'isola sperduta e incantevole, un forziere sotterrato e una bella indigena in una capanna di palme.
Purtroppo la fortuna non aveva arriso al vecchio John e i suoi anni da pirata li aveva passati più che altro dietro le sbarre di qualche fatiscente prigione, in isole sì sperdute ma per nulla incantevoli.
Al povero John, miracolosamente giunto alla vecchiaia ma consumato da peripezie e vicissitudini prima e da frustrazioni, rimpianti e alcol poi, non restò che trovare un porto sicuro in una gioiosa infermità mentale a spasso tra le nuvole. Così radunò tutto quanto la sua carriera piratesca gli aveva fruttato e comprò una logora mongolfiera di seconda mano e un pappagallo parlante, lasciando da parte il necessario per rum, whisky e gin.
- Capitano capitano, guerra! - John si riscosse al gracchiare furibondo di Polly. Si rimise in piedi a fatica, rischiando più volte di volare di sotto.
Si stropicciò a lungo gli occhi finché non intravvide la grande testa di scimmia sul monte.
- Guerra guerra, Isola della Scimmia! - continuava a starnazzare Polly.
Incuriosito da uno strano bagliore accesosi tra la boscaglia, John allungò il cannocchiale e mise a fuoco, tenendosi precariamente in equilibrio.
- Per mille sargassi, Polly! - mormorò. - Che stregoneria è mai questa?!
Per un attimo pensò che fossero le allucinazioni di un ubriacone, così tolse l'occhio dalla lente, si risedette, fece due tre respiri profondi e rimase accucciato per qualche minuto.
Polly continuava a sirene spiegate, con gran spolvericcio di piume blu e rosse.
Si rialzò tenendosi questa volta saldamente al parapetto e inforcò di nuovo il cannocchiale.
Guardò e guardò ancora. Deglutì e continuò a guardare. Là sotto stava succedendo qualcosa di terribile. E là in mezzo, da qualche parte, doveva esserci anche il suo amico Jake.
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L'erede
di Salvatore di Sante
Port Luis, Palazzo Reale - 2 giorno del mese di gagarin, 24 anni prima di Mitòsis
Nella sala del trono fervevano i festeggiamenti e incombeva un'attesa carica di aspettative. I nani giocolieri roteavano biglie colorate in bilico sui monocicli, gli schiavi bianchi in abiti sfarzosi si trascinavano con le catene ai piedi tra la selva degli invitati, tenendo sopra la testa enormi vassoi d'argento ricolmi di ogni prelibatezza. Il chiacchiericcio sfumava in una melodia lentissima e perciò del tutto inadeguata, l'unica che potesse sgorgare dall'apparecchio col grande corno, residuato degli Antichi e bottino dell'ultima incursione dell'Esercito Reale ai danni dei Ribelli.
Re Joffer XII era stravaccato sull'imponente scranna con la guancia appoggiata al pugno, mentre il ritrattista lo raffigurava in sella a un pegaso corvino con la durlindana superbamente puntata verso Spegulo.
Un vagito dalla camera attigua pietrificò all'istante tutti quanti. Il ciambellano fermò la musica. I nani si sfilarono i monocicli da sotto il sedere abbandonando le variopinte sfere alla forza di gravità. Gli schiavi si immobilizzarono e si voltarono in direzione di quel pianto. Gli invitati smisero di masticare e imitarono gli schiavi. Il pittore di corte in preda a uno spasmo deturpò l'opera in corso con un lungo striscio nero.
Re Joffer schizzò dal seggio e irruppe come una folata di vento nella stanza.
- No no no Maestà - lo bloccò subito Axia, la levatrice. - Ci sono state complicazioni durante il parto, la regina è allo stremo ed ha assoluto bisogno di riposo - disse spingendolo fuori dalla camera e affrettandosi a mettere il chiavistello. - Dovete pazientare almeno 48 ore Sire, per il bene del bambino e di vostra moglie. - gli urlò da dietro la porta.
Re Joffer esitò un attimo, poi sbuffando tornò alla sala del trono.
- Chi vi ha detto di smettere? Avanti coi festeggiamenti, forza! - sbraitò.
La musica riattaccò, i giocolieri inforcarono di nuovo i monocicli, gli schiavi ripresero a vagare apaticamente e gli invitati finirono di masticare i bocconi in sospeso. Martin il pittore invece osservava sconsolato il suo quadro, spremendosi le meningi su come rimediare all'errore.
Per il momento il pericolo era scampato, ma dovevano pensare a un piano.
Due giorni dopo...
- È un maschio? - esclamò rivolto alla regina Aoleon che lo fissava col volto imperlato di sudore.
- Sì, Vostra Maestà - tentennò Axia tenendo il frugoletto al petto, ben avvolto nella coperta.
- Un erede! - esultò Re Joffer XII. - Fatemelo vedere! - disse poi avvicinandosi. Ma la levatrice si ritrasse spaventata. Re Joffer XII rimase interdetto e lanciò alla moglie un'occhiata interrogativa. Aoleon distolse lo sguardo imbarazzata. Joffer XII si avventò sul fagottino, Axia urlando fece un passo indietro e la coperta scivolò in terra.
La regina urlò e fece per alzarsi. Axia rimase immobile guardando timidamente i due schiavi nell'angolo, nell'assurda speranza che potessero fare qualcosa.
Il sovrano cacciò un grido piegandosi sulle ginocchia, come scosso da un conato, col viso paonazzo e tremulo. La saliva gli sprizzava fra i denti digrignati, mentre con gli occhi iniettati di sangue cercava su chi sfogare la propria ira, le nocche bianche strette sull'elsa della spada.
- No! Ti prego... - supplicò Aoleon ancora stesa sul letto.
Il re partì brandendo la lama contro la levatrice e il principe neonato.
Uno degli schiavi si staccò dalla parete e si lanciò contro Joffer, riuscendo a bloccargli la spada e a placcarlo a terra. Mentre combattevano il re riconobbe Zantior, lo stalliere, che fece un fischio prolungato. Nel vano della finestra apparve nitrendo un pegaso grigio.
- Fuggi da tuo padre, presto! - gridò Zantior alla regina continuando a tenere a terra il re.
L'altro schiavo aiutò Axia e Aoleon a salire in groppa; le due donne e il pupetto volarono via stagliandosi contro la sagoma porpora della luna, dirette a Flacq, dal Duca Leon.
Nella concitazione della lotta il sovrano riuscì a estrarre un pugnale dallo stivale e lo piantò nel collo di Zantior. Il sangue sprizzava copioso, lo stalliere sentiva le forze abbandonarlo molto in fretta. Joffer lo scalzò via con un colpo di reni.
- Schifoso bastardo, è figlio tuo allora? - berciò sputando addosso allo schiavo agonizzante.
Il rosso del sangue sulla pelle chiara gli fece balenare la fugace visione del bimbo, di quel visino candido. Le barriere cedettero e la follia esondò: Re Joffer XII fece a pezzi Zantior menando fendenti su fendenti, continuando anche quando il poveretto era ormai già morto. Infieriva sul cadavere ansimando e leccandosi il sangue che gli schizzava sul viso.
- Inseguiteli! Mandate i Notturni! (1) - ordinò poi al drappello di guardie accorse per il trambusto. Quindi fece un lungo respiro e, ripreso il controllo, si avviò all'uscita.
- Ah... - disse fra sé colto da un ripensamento. Rientrò e tagliò la gola all'altro schiavo rimasto in piedi vicino alla finestra.
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(1) I Notturni sono esseri umani a cui è stato impiantato il gene che conferisce alla civetta un'eccezionale visione notturna. Hanno occhi più grandi e con le iridi completamente bianche.
Cuore Sacro
di Cristian Caruso
Caro Diario,
(come si inizia un diario? Non avevo mai pensato di farlo, ma da qualche parte bisogna iniziare, tutte le teenager lo fanno, per una volta posso anche adeguarmi!)
Mi piace passeggiare col mio cane, mi rilassa incredibilmente, per pochi minuti dimentico ogni affanno, ogni pensiero, a volte mi sembra di recitare una parte, di non essere veramente me stessa e di non capire cosa fare della mia vita!
Sento che in me c’è qualcosa di strano, amo stare da sola, troppo per la mia età e poi mi sembra a volte di pensare e comportarmi come qualcuno che provenisse da un’altra epoca, a volte mangio anche delle cose… bè innominabili!
Mi chiamo Isabel, ho 17 anni e vivo a Chicister, un piccolo borgo del sud dell’Inghilterra, vivo con i miei adorabili nonni materni, purtroppo sono rimasta orfana di entrambi i genitori quando avevo sei anni, un terribile incidente automobilistico…
I miei nonni materni non mi hanno fatto mancare nulla, né affettivamente tanto meno materialmente, la nonna Rachel mi ha insegnato a riconoscere ogni pianta e fiore della contea e a curare ogni tipo di acciacco con le erbe; nonno Thomas invece a tirare con l’arco, se non fosse per la sua incontrollabile ansia, che possa farmi del male, probabilmente avrei potuto partecipare alle Olimpiadi… sul serio!
Probabilmente l’unica cosa che gli rimprovero è che non mi hanno mai parlato molto dei miei genitori, sono sempre così vaghi su di loro, mentre io vorrei sapere tutto, ho solo dei ricordi così sbiaditi e tanta paura di dimenticare i loro volti, così porto un ciondolo con all’interno una loro foto, mi dà serenità portarlo, in fondo è come se fossero con me… sempre!
Una domenica mattina di qualche mese fa, cioè il giorno lo ricordo bene, il 17 agosto, era il mio diciassettesimo compleanno, ero uscita a portare fuori Lucky, solita passeggiata nel bosco. Non volevo allontanarmi avevo promesso ai nonni di tornare presto per partecipare al grande pranzo di compleanno, così chiamai Lucky, l’avevo persa di vista, cominciavo a spaventarmi, non la sentivo ed ero preoccupata. Poi udì qualcosa dietro un cespuglio, andai a vedere, era Lucky fortunatamente, ero sollevata di averla trovata. Ero così felice di averla ritrovata che non mi accorsi di essere davanti una grotta, non l’avevo mai vista prima, volevo andarmene, vista l’ora che si era fatta, ma Lucky era corsa dentro ed io pronta la inseguii…
C’era un gran buio, così usai la torcia del mio smartphone, sapevo che prima o poi quella diavoleria regalata dal nonno sarebbe tornata utile. Afferrai Lucky in braccio e mi voltai per andarmene, quando d’un tratto vidi una stupenda incisione rupestre sulla roccia, immagini nitide e stupende che raffiguravano la Luna e il Sole con una folla adorante sotto, ero incuriosita e toccai con la mano la roccia, immediatamente provai una scossa che mi attraversò il corpo, il ciondolo che portavo al collo si illuminò e poi ebbi una visione: io con i miei genitori in un castello e poi una scena di io con mia madre in una specie di fucina maneggiare il fuoco…
Corsi via verso casa, avevo bisogno di risposte e solo i nonni potevano darmele… non so perché ma quando gli raccontai tutto, non erano affatto stupiti: sapevo che questo giorno sarebbe arrivato.
Adorata nipote, disse mia nonna, ti abbiamo protetta fin quanto è stato possibile, ma è giusto che tu sappia la verità: sei una strega tesoro mio ed il tuo enorme poter ha iniziato a manifestarsi. Quando ne avrai bisogno la magia correrà in tuo aiuto, ricorda che sei connessa con la natura e che ne sei ancella e sacerdotessa!
Poi un giorno fu tutto più chiaro, mentre ero in macchina di ritorno da un seminario a scuola, un animale mi sbucò all’improvviso sulla strada, feci di tutto per evitarlo ma persi il controllo del volante e andai dritta verso un palo della luce ai lati della strada. Chiusi gli occhi e dopo alcuni istanti mi ritrovai seduta fuori la macchina, completamente incolume, avevo solo immaginato di salvarmi e l’avevo fatto…
Naturalmente ero sotto shoc per quanto accaduto, ma provavo una strana consapevolezza: ero una strega!
Poi a scuola ho conosciuto Matt e tutto è cambiato, sento in lui una grande energia, la magia gli appartiene, peccato che ancora non lo sappia!
È sempre complicato scoprire se stessi, con i nostri limiti e possibilità, chissà come sarà il viaggio di Matt per capirlo?
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Un vecchio cimelio
di Salvatore di Sante
La lingua di fumo si alzava sottile e sinuosa dal comignolo al limitar del bosco, appena più chiara della notte senza luna.
- Vieni giù caro, la cena è pronta, - esclamò Sandra dando l'ultima mescolata allo stufato di montone. Dalla soffitta Hoguar non rispondeva.
La moglie sospirò. Ormai sapeva che quando il vecchio mago si metteva in testa una cosa, nemmeno l'incantesimo più potente riusciva a farlo desistere. Il pentolone ribolliva sopra la fiamma vivace e il profumo delle patate e dei peperoni si insinuava negli interstizi in pietra, accarezzando le venature dei mobili in castagno.
- Ma dove cavolo è?! Oh, sempre così. Ogni volta che cerchi qualcosa non si trova mai... - sbraitava Hoguar.
- Dai che si raffredda! - gridò Sandra.
Dalla soffitta i rumori di cianfrusaglie spostate continuavano, interrotti solo da cupi brontolii e sonore imprecazioni.
- Eh... - la moglie sbuffando sganciò la pentola e la appoggiò un po' a fatica sul tagliere a centrotavola. Dalla finestrella circolare si vedeva la neve posarsi come zucchero a velo.
La tavola imbandita aspettava solo lui: stufato fumante e crostata di more per dolce. Da bere birra scura e idromele. La cena ideale da gustarsi al calduccio di un camino, a lume di candela con la consorte, mentre fuori qualche lupo ululava al rigido inverno.
Ma quella sera Hoguar si era fissato che doveva ritrovare il suo bastone da rabdomante.
Chino sotto il tetto spiovente, con la barba grigia che spazzava le assi polverose, apriva scatoloni, esaminava pergamene e spostava alambicchi. Ogni tanto si imbatteva in qualche barattolo dall'etichetta misteriosa che non ricordava di aver preparato.
- Bile di lucertola... - bofonchiava - cura mal di stomaco, crampi e spossatezza. Cinque gocce la sera per tre giorni... bah... sarà scaduto. E se lo gettò alle spalle, senza romperlo per fortuna.
- Guarda che io comincio a mangiare... - l'avvertimento che gli giunse nitido lo fece arrabbiare ancora di più ma si sforzò di mantenere la calma.
- Domani voglio fare lezione di rabdomanzia. Hai visto il mio bastone?
- No. Lo sai che non metto mai mano alle tue cose, se no poi mi dai sempre la colpa quando non le trovi.
- Eggià. Chissà dove me l'avrà messo... - bisbigliò Hoguar. - Ahia! - girandosi urtò qualcosa col piede. Una sfera azzurra rotolò fuori da un drappo cencioso.
- E questo? - sussurrò il mago. Lo sollevò alla fioca luce della lanterna ed esaminandolo notò all'interno un minuscolo magma arancione pulsante.
- No... - esclamò stupito. Gli occhi si accesero dietro le spesse lenti e un sorriso si allargò lentamente. - Non ci credo... il mio primo Palantìr... (1)
- Sandra, guarda cosa ho trovato! - disse inforcando di corsa la scala a chiocciola.
La moglie si girò verso di lui finendo il boccone e gli lanciò un'occhiataccia.
- Ah... buon appetito cara. Guarda: il Palantìr che mi avevano regalato i miei per il diploma! Saranno passati... - e si mise assorto a contare sul soffitto, - be' adesso non ricordo, un sacco di anni comunque!
- Oh, davvero uno spettacolo. Spero per te che quel coso possa farti apparire una succulenta cenetta romantica, perché per stasera lo stufato te lo scordi! E io scema che perdo tempo a cucinare, farti le crostate, mettere le candele...
- Dai Sandra scusa... - tentò Hoguar. La moglie si girò e continuò a mangiare.
- Tadàn! - esultò lo stregone facendo apparire da dietro la schiena una rosa grande come un cocomero e con ogni petalo di un colore diverso.
Rimase inizialmente contrariata, ma poi finì come al solito per accettare il regalo e sorridergli bonaria. - Sposare un mago ha anche i suoi vantaggi. Vabbe' sei perdonato... puoi mangiare.
- Grazie mille cara, che farei senza di te! Fammi un attimo provare se funziona ancora...
- Ma allora ci fai. Non vuoi proprio cenare stasera eh...
- No, dai. Un secondo solo. Vediamo cosa mi riserva il futuro.
Iniziò a bisbigliare la formula muovendo adagio entrambe le mani intorno alla sfera.
All'improvviso sgranò gli occhi, fece un balzo indietro soffocando un grido e scivolò a terra dopo aver inciampato sulla sedia.
- Che succede, cosa hai visto?! - implorò Sandra.
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(1) I Palantíri (al singolare Palantír), chiamati anche Pietre Veggenti e Pietre Vedenti, sono manufatti di Arda, l'universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese J.R.R. Tolkien.