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Un nuovo Inizio

di Laura Silvestri

Marie non ricordava da quanto tempo non si sentisse così nervosa ma, per certo, poteva dire quanto a lungo avesse aspettato quella serata: centoquarantatre anni, mese più, mese meno. Quello era il tempo passato da quando aveva perduto, ormai due incarnazioni prima, il suo caro Ludovico. Erano stati sposati per quasi cinque decadi, allora, e il pensiero di stare finalmente per riabbracciarlo le faceva palpitare il cuore come aveva dimenticato potesse accadere. Mentre lo attendeva, seduta al tavolo di un piccolo caffè nel cuore di Londra, Marie osservava il proprio riflesso nella vetrina: chissà se gli… no, si corresse, chissà se le sarebbe piaciuta ancora? Adesso il suo Ludovico era una donna, una giovane di nome Ronda Westerling, da poco trasferitasi per inseguire la propria carriera di cantante. Ma anche Marie era cambiata molto da quanto si erano veduti l’ultima volta. Il fatto che due settimane prima, quando lei e Ludovico erano riusciti a ritrovarsi tramite uno dei tanti software per la riunione inter-vita, avessero concordato nel non inviarsi reciproche immagini, la rendeva adesso ancora più inquieta. Passò una mano sulla testa parzialmente rasata secondo l’ultima moda, dove cortissimi capelli tinti di viola disegnavano un intrico di fiori e foglie d’edera. A Shelly, la partner della sua incarnazione attuale, i suoi capelli piacevano molto: diceva che rispecchiassero il suo animo, ma, del resto, la sua fidanzata era una persona speciale. Tuttavia, per quanto felice la rendesse, era cosa nota come la monogamia alla lunga finisse per stancare, e a Marie non dispiaceva la possibilità di ritrovare un così grande amore in Ronda. Anche sua madre era stata molto soddisfatta nell’udire la notizia: da troppo tempo le rimproverava quella assai poco moderna morigeratezza sentimentale. La ragazza sperava soltanto che, a prescindere da quale aspetto il suo caro Ludovico potesse avere ora, il suo cuore non fosse troppo cambiato da quando era un omone calvo e barbuto, pronto alla risata e con luminosi occhi gentili. Una ragazza dalla pelle bruna le passò davanti senza fermarsi, andando a sedere al tavolo libero dietro il suo e Marie, quasi senza accorgersene, si trovò a sistemare meglio, in bella vista, la rosa bianca che aveva portato con sé perché Ronda potesse riconoscerla. Erano già le 21.40: la misteriosa ragazza era in ritardo di dieci minuti. “E pensare che Ludovico era puntuale fino all’eccesso”, commentò fra sé e sé. Erano i rischi della ricongiunzione: le persone che si incontravano di nuovo avevano molti ricordi da condividere, e spesso finivano per innamorarsi ancora una volta… ma non era sempre così. Poteva capitare che, da una vita all’altra, i cambiamenti fossero tanto drastici da impedire un nuovo, sincero coinvolgimento emotivo, ma capitava davvero di rado. “Figurarsi se, con la mia fortuna, il mio non debba diventare proprio quel caso su mille!”, pensò, scuotendo il capo. Bevve un altro sorso dalla sua spremuta d’arancia, tirando un profondo sospiro. Lo scampanellare che annunciava l’apertura della porta del locale la fece sussultare per un momento. Marie si costrinse a non caricare ogni istante di aspettativa, o di lì alla fine di quella serata avrebbe collezionato più delusioni di quante una persona ne potesse sopportare. Tuttavia, quando una giovane donna si fermò proprio davanti a lei, stringendo fra le mani una rosa bianca, Marie non poté trattenere un sorriso. Lentamente, alzò lo sguardo fino al volto che sperava avrebbe potuto ritagliarsi uno spazio nella sua vita e, non appena i suoi occhi incrociarono quelli della nuova arrivata, il sorriso si fece più ampio: Ronda, se davvero di lei si trattava, aveva splendidi occhi verdi, grandi e dall’espressione amichevole, capelli tinti del medesimo colore, e un grazioso viso dai lineamenti regolari. “È bellissima”, si trovò a pensare sentendo il cuore mancarle un battito, mentre la donna, prossima forse alla trentina, si sistemava con un velo di civetteria una ciocca di capelli dietro l’orecchio.

- Marie? – la sentì dire con voce quieta e profonda. Al suo annuire, le labbra carnose sorrisero a loro volta – Posso… posso chiamarti Adele? – continuò con un caldo accento statunitense.

- Ma certo. – Adele era il nome che Marie aveva avuto quando erano stati marito e moglie, e sentirlo pronunciare ancora le diede una strana, intima sensazione. La risonanza, nota a qualunque persona sulla terra che avesse avuto la fortuna di ritrovare un affetto perduto. – Prego, siedi con me, mia cara.

Avrebbe voluto abbracciarla subito, ma non sarebbe stato molto elegante. L’etichetta relativa alle ricongiunzioni era severa, e Marie si sarebbe sforzata di seguirla alla lettera. Ronda, dal canto suo, sembrava molto più a suo agio di lei. Si accomodò accavallando le lunghe gambe fasciate in calze dalle righe multicolori, e prese a giocare con un boccolo verde che le ricadeva al lato della guancia. Sembrava piuttosto attenta all’estetica, in quella nuova incarnazione, e la cosa per un momento la disorientò, ma si sforzò di non pensarci e fece un cenno al cameriere perché si accostasse al loro tavolo: sapeva che quello avrebbe potuto diventare un momento memorabile della sua incarnazione presente, se soltanto si fosse imposta un poco di autocontrollo. Stava per scoprire se l’amore per il suo adorato marito aveva potuto sopravvivere a quasi un secolo e mezzo di lontananza, e non c’era niente da temere. Forse Ronda non sarebbe stata identica al Ludovico che aveva conosciuto, né tantomeno avrebbe potuto farla sentire come la sua Shelly, ma questo lo avrebbe scoperto soltanto con il tempo. Per ora, Marie avrebbe dovuto mettere da parte l’insicurezza, e prepararsi ad abbracciare quella nuova opportunità che le si presentava per essere felice.
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Incontri fortuiti

di Silvia Bordon

La Bettola del Tridente, affacciata sulla banchina occidentale del porto, era uno dei luoghi più frequentati di Remistiry, sebbene la struttura apparisse fatiscente.
L’intonaco, sgretolato in più punti, lasciava intravedere i mattoni sottostanti, scheggiati e ammuffiti. Gli infissi, scoloriti dal sole, erano corrosi dalle intemperie, coperti da una sottile pattina di salsedine. Le lettere dorate della vecchia insegna, sbiadite dal tempo, erano quasi illeggibili. Ogni dettaglio della facciata contribuiva ad accentuare il senso di abbandono, che permeava dall’edificio.
L’interno non era migliore. Si respirava un’aria pesante, stantia, mescolata agli aromi della cucina. Il pavimento di legno, sconnesso, scricchiolava ad ogni passo. Le pareti, rivestite con assi di quercia, erano ornate da quadri marinareschi, incastonati in pacchiane cornici di legno. Uno spesso strato di polvere tappezzava le mensole piene d’insoliti soprammobili e le venerande bottiglie di liquori esposte nello scaffale dietro al bancone. Vistose ragnatele pendevano dal soffitto, adornando le travi a vista e gli angoli anneriti dalla muffa. Un lampadario in ferro battuto, sospeso al centro della modesta sala, fiammeggiava untuoso, evidenziando il lerciume che regnava un po’ ovunque. Il fuoco scoppiettava allegro nel camino di pietra lavica, riscaldando un enorme pentolone contenete una strana zuppa dall’aspetto e dall’odore discutibile.
Pareva un posto dimenticato da Dio; eppure, la clientela non mancava.
Filibustieri, marinai, mercanti, pescatori e uomini di malaffare si avvicendavano nella squallida bettola, a tutte le ore. Ciò che richiamava tanti clienti nel locale, oltre all’appartata posizione periferica, era la riservatezza dell’oste, il quale non s’impicciava mai degli affari altrui, e la mancanza di controlli da parte delle guardie cittadine. Per questi motivi, era considerato il luogo per eccellenza, dove poter intrattenere affari poco leciti e sbronzarsi in piena tranquillità.

Ma una sera, alla bettola comparve un individuo discordante dai soliti avventori. Era un bel giovane sui trent’anni, dall’aspetto aristocratico e dai lunghi capelli castani legati dietro alla nuca. Sedeva composto al bancone, bevendo una pinta ambrata dallo strano retrogusto amaro.
L’oste, insospettito dalla sua presenza, gli si avvicinò.
– Ehi, tu… Cosa ci fa un signorino blasonato come te, in un postaccio come questo?
Norghe, infastidito, non rispose. Si limitò a guardarlo di sbieco, lanciandogli un’occhiataccia intimidatoria.
L’uomo ammutolì sbiancando in volto. Negli occhi del giovane vide ardere la stessa furia sinistra, che in passato infiammò lo sguardo di Ordan Strombones, lo spietato Fuoco Argento. In quell’occasione, un marinaio ubriaco osò palpeggiare il fondoschiena della femmina che lo accompagnava, una stupenda elfa dagli occhi del colore del mare. Lui reagì malamente, spaccandogli la mascella con un destro fulmineo di indicibile forza: l’elfa era la sua donna e nessuno poteva permettersi di mancarle di rispetto a quel modo.
L’idea che il giovane potesse essere il figlio di Ordan frenò l’oste, facendogli decidere di non indagare ulteriormente, onde evitare potenziali problemi con il terrore dei dieci mari. Così si allontanò, lasciandolo solo.

Norghe stava sorseggiando pensieroso la sua birra, quando le parole di una canzone sconcia, intonata da stonate voci biascianti, catturarono la sua attenzione. Un sorriso allegro gli si dipinse sulle labbra e si girò verso la sala per gustarsi lo spettacolo, appoggiando i gomiti al bancone.
Alcuni lupi di mare, mezzi ubriachi, cantavano in coro sbatacchiando in ogni direzione i boccali di ferro ricolmi di birra e ballavano scompostamente sui tavoli, al ritmo di un vecchio pianoforte tarlato. Altri litigavano per l’esito di una partita a carte, apparentemente truccata. Altri ancora provavano a corteggiare le sinuose cameriere, le quali rispondevano indisponenti con un ceffone ben assestato, istigando l’ilarità dei presenti.
Il giovane li osservava divertito, mentre volteggiava le mani al ritmo della musica, disegnando dei semicerchi nell’aria. Pareva completamente rapito da quella scena, tipica di una bettola di porto, ma in realtà teneva d’occhio l’intera sala. E all’improvviso, in mezzo a tutta quella gente, notò una stranezza: la presenza di un bambino biondo, che si aggirava furtivo tra i tavoli.
Il piccolo furfantello si avvicinava con discrezione agli uomini più ubriachi e, con mano di velluto, gli sfilava dalla cintola il portamonete, derubandoli dei loro averi.
Ridacchiando, Norghe osservò l’abile ladruncolo all’opera, fino a quando non sgattaiolò indisturbato fuori dal locale, senza che nessun altro si fosse accorto di lui.

Un istante dopo, la porta della bettola si spalancò, andando a sbattere rumorosamente contro la parete. Una folata d’aria calda invase la sala. Le fiammelle del lampadario e il fuoco nel camino traballarono impauriti. Dalle tenebre della notte emerse la figura di un uomo obeso, calvo, dagli abiti eleganti, che entrò con fare baldanzoso.
Raggiunto il bancone, si girò verso i commensali, quindi urlò – Birra per tutti! Offro io!
– Che cosa si festeggia, antiquario? – domandò un vecchio pescatore.
– La mia fortuna! – rispose tronfio l’uomo, afferrando il bavero della giacca con entrambe le mani.
– Hai trovato altre anticaglie da vendere a peso d’oro? – sghignazzò sarcastico un marinaio.
– No… mio caro. Niente anticaglie. Oggi, ho fatto l’affare della mia vita. Per quattro soldi, ho comprato un’antica mappa di un’isola, scritta in una strana lingua incomprensibile. Di primo acchito ho pensato che fosse robaccia fasulla. Ma quando l’ho esaminata sul banco della mia bottega, sul retro, ho notato le iniziali di Alichant Roghnar Balck.
– Bel colpo, Angus! Sei il solito fortunato! – esclamò l’oste sorridente, mentre asciugava un boccale con un canovaccio di cotone.
– Puoi ben dirlo! Una mappa di tal valore potevo trovarla solo io! – replicò l’uomo, vantandosi palesemente del fruttuoso acquisto.
– Per me è una balla! – disse tagliente il pescatore.
– Dai, faccela vedere, antiquario! – incalzò un altro.
– Eh no! La mappa sta al sicuro nel forziere della mia bottega… Non sono così sciocco da portala in un postaccio come questo… per farla vedere a chiunque – ribatté imperioso l’uomo, sollevando un mormorio scettico tra i presenti.
– Sempre la stessa storia… Vieni qua a vantarti delle tue merci per procacciarti clienti, ma ogni volta ti ritrovi con un pugno di mosche in mano. Dai Angus… lasciali perdere. Bevici su! – disse l’oste, porgendo un boccale di birra all’antiquario, il quale era chiaramente stizzito dalla situazione generatasi.

All’udire le parole arroganti del pomposo antiquario, un pensiero attraversò la mente di Norghe, come un fulmine a ciel sereno, facendolo sobbalzare sullo sgabello.
“Potrebbe essere la mappa che stiamo cercando da tempo…” pensò speranzoso; poi si girò nuovamente verso il bancone. Con lo sguardo perso nel vuoto, sorseggiò la birra bionda dal nauseante gusto dolciastro, appena versatogli dall’oste.
“Devo assolutamente visonarla… Ma come posso fare? Il mio interesse potrebbe allarmare l’antiquario… Inoltre, se fosse davvero lei, sarei costretto a sborsare un patrimonio per averla. Lui non la cederebbe facilmente a un prezzo ragionevole, soprattutto a causa delle iniziali. Devo trovare una soluzione… in fretta!” rifletté, seccando il contenuto del boccale.
Uscito dalla bettola, si ritrovò inghiottito dall’oscurità della notte, dilaniata dai raggi argentei della luna sorridente, che illuminavano debolmente ogni cosa, creando uno spettrale gioco di ombre. S’incamminò silenzioso lungo la banchina, rinfrescato dall’aria notturna che soffiava dal mare, profumata di salsedine.

Norghe aveva quasi raggiunto la sua piccola scialuppa d’ebano dalla vela nera, ormeggiata alla fine del molo, quando qualcuno gli sbatté contro scusandosi con voce angelica.
In quel breve lasso di tempo, sentì una mano minuta rovistargli sotto la redingote corvina e sfilargli il portamonete dalla cintola. Abbassò lo sguardo, facendo appena in tempo a intravedere una testolina bionda. Capì: il ladruncolo della bettola lo aveva derubato e stava fuggendo a gambe levate lungo la banchina, convinto di averla fatta franca.
Il pirata, indispettito da tale affronto, non poteva permettergli di scappare con tanta facilità. Così, infilò la mano sotto la redingote ed estrasse una strana pistola, simile a una Wheellock, con una pinza mobile di ferro temprato inserita nella canna, agganciata a un sottile filo d’indistruttibile mithril.
Presa la mira, premé il grilletto.
La pinza partì fulminea, più veloce di un proiettile, agguantando il furfantello per il colletto della maglia.
L’uomo sorrise beffardo e schiacciò un pulsante sotto l’impugnatura dell’arma, attivando un potente mulinello meccanico in miniatura, posto nell’alloggiamento riservato al tamburo. Il filo si avvolse velocemente sul misterioso argano, trascinandosi dietro il fanciullo. A nulla valsero i suoi tentativi di opporre resistenza e in pochi secondi fu nelle mani della sua vittima.
Norghe, irritato, lo afferrò saldamente per un braccio e lo strattonò.
– Cosa credevi di fare?
– Io… niente. Signore, la prego… non mi faccia del male.
– Non picchio i bambini… anche se tu, ti meriteresti quattro ceffoni ben assestati.
– Mi lasci andare… la prego.
– Sì… ti lascerò andare… quando saremo davanti alla guarnigione e ti consegnerò alle guardie!
– No... la prigione, no. Per favore, non portatemi dalle guardie… in cambio… farò tutto quello che vorrete… – piagnucolò disperato il ragazzino con gli occhi pieni di lacrime, nella speranza di riuscire a convincere il giovane a liberarlo.
A quelle parole, una strana idea baluginò nella mente del pirata: una soluzione al suo problema.
– Dunque… faresti qualsiasi cosa io ti chieda?
– Sì, signore. Qualsiasi cosa.
– Mmmm… Interessante. Potresti fare un piccolo lavoretto per mio conto… e, oltre a lasciarti andare, ti ricompenserei con cinquanta dobloni d’oro… che ne dici? Accetti l’offerta?
– Sì, signore. Accetto!
– Ottimo!
– Cosa devo fare per voi?
– Ebbene…
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La Strega

di Lorenzo Bosisio

La porta si aprì appena e un sottile fascio di luce tagliò l’oscurità che riempiva la stanza. La donna percepì sul volto il calore del sole. Doveva essere una bella giornata all’esterno.
L’uscio scivolò sui cardini con un sospiro. Il rumore dei passi riempì l’ambiente angusto, rimbombando sulle pareti come se fosse una grotta nelle profondità della terra. Senza nemmeno farci caso, contò il numero di uomini che si trovavano dinanzi a lei. Era certa che fossero uomini, soldati per la precisione, perché le altre persone non sbattono gli stivali con la stessa tracotanza.
“Signori – salutò alzando gli occhi ciechi verso la porta, - siete i benvenuti. Cosa posso fare per voi?”
“Ho saputo – rispose un uomo. La sua voce mostrava autorità e consuetudine al comando, - che tu vedi nel futuro. È vero?”
“Mio buon padrone, il villaggio è pieno di gente che parla senza conoscere i fatti”.
“Stai dicendo che mi hanno mentito?”
“No, ma non saranno i tuoi soldi a garantirti i miei servigi”.
“Non ho detto che ti avrei pagato”.
“Non ancora, ma presto l’avresti fatto”.
Lo scivolare metallico della spada nel fodero tagliò il silenzio che era appena caduto. La donna si voltò verso la guardia del corpo e sorrise, senza la minima traccia di paura sul volto.
“Donna – le intimò l’uomo, - dimmi quello che voglio sapere!”
“Come desideri, mio signore. Non sono avvezza alle minacce e le armi mi spaventano”.
Lei tornò a guardarlo con quegli occhi lattiginosi e vuoti e gli parlò, prima che lui potesse formulare una richiesta.
“Guardati dai morti – gli suggerì in un sussurro, - perché coloro che ucciderai potrebbero tornare”.
“Smettila di dire idiozie! – la voce del nobile ebbe un tremito impercettibile. - I morti sono morti, lasciali in pace”.
“Davvero? Tu credi nella vita dopo la morte, mio buon signore?”
Le parole della donna echeggiarono come una forza sovrannaturale nella camera e lo colpirono come un maglio. Barcollò all’indietro spaventato e uscì di corsa, seguito a ruota dalla scorta.
La strega ridacchiò soddisfatta, poi parve alzare gli occhi ciechi verso un punto non definito.
“E tu – chiese, - che sfogli le pagine di un libro e sei testimone di queste vicende, ci credi?”
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Black

di Laura Cazzari

Le gambe dondolavano al ritmo delle onde che si infrangevano sul molo.
I numerosi orecchini a forma di croce oscillavano in senso opposto, mentre la cresta rossa veniva spettinata dalla leggera brezza che accarezzava la superficie del mare.
Il dito tamburellava sul pontile al ritmo di una vecchia canzone che aveva sentito poco prima alla bettola dove aveva fatto il pieno di olio per motori di pessima qualità, e intanto cercava di tenere a bada la noia.

Il molo brulicava di navi, alcune erano semplici pescherecci di ritorno da un’intensa nottata di pesca, altre erano astronavi mercantili di diverse dimensioni.
Alcune navi erano regolarmente iscritte nei registri di capitaneria altre volavano pericolosamente in bilico tra legalità e pirateria.
Lei lo sentiva. Le AI delle astronavi amavano raccontare delle loro avventure e a Black piaceva ascoltarle. Anche se avevano tutte un’intelligenza notevolmente inferiore alla sua, la cyborg le invidiava. Sognava anche lei di solcare i cieli e imbarcarsi in grandi avventure, ma c’era un problema, lei non sopportava gli umani perché li riteneva stupidi e loro odiavano lei.
- ...e ci frutterà un sacco di soldi.
Il super udito della cyborg venne catturato da un conversazione molto animata che si stava svolgendo a diversi metri da lei.
Un uomo dall’aria furba e piuttosto affascinante per i canoni umani gesticolava animatamente con la sua interlocutrice. Aveva possenti muscoli mal celati da una sottile camicia di cotone e attorno alla vita portava una pistola laser e una lama di media lunghezza. Lei era una donna di media altezza piuttosto carina dallo sguardo acceso e intelligente. Sorrideva imbarazzata al bellimbusto davanti a lei e pendeva dalle sue labbra.
- E io cosa dovrei fare?- stava chiedendo.
- Mi presti la tua astronave e al mio ritorno ti darò metà del bottino.
- E perché dovrei fidarmi?
- Andiamo Layra mi conosci. Non ti ricordi quello che ci siamo detti sotto le lenzuola ieri notte?- domandò lui sfoggiando un sorriso sornione.
Layra arrossì e stava per cedere quando sentì una voce provenire dalle sue spalle.
- Io e lei veniamo con te o non se ne fa niente - disse Black.
- Cosa?- chiese lui colto alla sprovvista - e tu chi saresti?
- Io sono Black il capitano in seconda di Layra - la ragazza la guardò a bocca spalancata, ma non disse niente.

- Strano non mi ha mai parlato di te - disse lui sospettoso.
- E perché avrebbe dovuto?- ribatté la cyborg decisa - allora ci stai? O prendi il pacchetto completo o puoi dire addio al tuo mezzo di trasporto.
L’uomo la osservò per qualche istante, studiando la situazione, poi cedette.
- Va bene, ci vediamo domani all’alba all’astronave, ma non fate scherzi - e dicendo questo si allontanò visibilmente arrabbiato.
- Adesso puoi dirmi chi sei? - chiese Layra osservando con interesse la cyborg.
- Sono quella che ti aiuterà a rimanere fuori dai guai.
- Ma io non ti conosco.
- Credimi è meglio così.
- E perché dovrei portarti con me?
- Sei noiosa e stiamo pendendo tempo. Abbiamo una partenza da organizzare - disse avviandosi verso il mercato.
Layla attese per qualche istante poi la seguì senza fiatare.
- Allora il primo consiglio te lo do gratis. Smettila di fidarti di tutti o rimarrai da sola e senza un soldo.
- Questo naturalmente non vale per te.

- È ovvio.
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Come in un film

di Laura Silvestri

21 Aprile 2247

Con Roma, il tempo non è stato clemente: in un futuro non troppo remoto, la città eterna pare essere condannata all’eterno caos, all’eterna inadeguatezza. In uno sfrecciare di veicoli cromati in volo sull’asfalto magnetico, la bellezza della Capitale è ancora preda del traffico congestionato, del viavai di turisti distratti alla ricerca di scatti da pubblicare sulla neuro-rete, di pubblicità sempre più invadenti nella loro grafica tridimensionale che invitano all’acquisto dei vaccini anti-invecchiamento, mentre a ogni angolo manifesti inneggiano alla rielezione del Sindaco in carica. Ma in questa Roma di chiese ormai deserte e donne eternamente giovani alla ricerca di avventure, di monumenti trasformati in psichedeliche discoteche, di forze dell’ordine dai mezzi sempre più ristretti e fondi per la ricerca ancora drammaticamente bloccati, qualcosa di impensato accade.
È il tremillesimo compleanno di Roma, e la città non si aspetta il regalo che il destino ha in serbo per lei.
Senza preavviso, il fuoco è ovunque, liquido come il biondo Tevere. Era dai tempi della calata dei barbari che la sua gente non si trovava di fronte a una simile invasione, dalla seconda guerra mondiale che gli edifici storici non subivano tali bombardamenti. Ma non sono velivoli di qualche potenza internazionale a impedire ai romani di uscire di casa e a far temere loro per la propria vita: sono draghi. A dispetto di ogni logica e buon senso, a riprova di ogni scetticismo, basta scendere in strada per vedere come l’inferno abbia riversato dalle proprie viscere i suoi servi, fin nel cuore della città.
Nella notte ormai indistinguibile dal giorno, un uomo fugge e combatte per la propria vita. La sua divisa è quella di un poliziotto, ma l’addestramento che ha ricevuto non può salvarlo dal terrore che gli serra lo stomaco. “Corri, Erico. Corri”, si ripete, mentre la mente inizia a dubitare di se stessa. Non può credere a quel che gli sta accadendo. “So’ inseguito da un cavaliere co’ l’armatura, che me tira addosso palle de foco”. Il sudore gli cola a rivoli dai capelli umidi, sotto il casco-visore che pare dare soltanto informazioni sconnesse e senza senso. “Nun po’ esse.”, si ripete, mentre passa in rassegna il suo scarso armamentario. “Nun po’ esse”.  Ma è così. Il cavaliere dall’armatura rossa lo fissa attraverso gli occhi di rubino del suo elmo, le sue parole cantilenanti lo incatenano al suolo. Ma l’istinto di sopravvivenza è forte, anche nel 2247, e il Colosseo in lontananza, coi suoi tortuosi cunicoli, sembra l’unico posto dove poter condurre quella battaglia per la vita ad armi pari.
Dalla posizione privilegiata di Castel Sant’Angelo, dove il Papa versa in un sonno febbricitante a un passo dalla morte, il Cardinale De Vries osserva dall’alto Roma bruciare. “Gente senza fede, questo è il castigo divino per la tua miscredenza.” La carità cristiana si consuma e arde assieme alla città eterna, al ricordo di parole sacre che si perdono riecheggiando lungo navate vuote, svanendo nel profumo antico d’incenso. “Il popolo ritroverà la fede, riscoprirà il valore della Provvidenza e del perdono davanti al Diavolo che sferra la sua offensiva. È la fine del mondo.” La croce al collo del Cardinale non c’è più, e il suo volto è una maschera d’odio e morte, mentre una voce nell’anima lo guida verso il più abominevole dei buoni propositi. “È il tempo dell’ultima crociata. Il tempo dell’Armageddon”.
Un ragazzo corre, i piedi leggeri e lo stomaco dolorosamente vuoto: l’istinto di conservazione lo porta a violare la rete informatica alla ricerca di cibo per sfamarsi, mentre un peso amaro gli schiaccia il petto. Sa che non ci sarà nessuno ad attenderlo a casa, semmai dovesse fare ritorno. Ha visto sua madre bruciare, e la sua migliore amica, di soli diciassette anni, stuprata a morte da un essere abominevole, una furia animale dalla testa di toro. Per le strade, mentre corre, macchine rovesciate e vetri infranti, e ovunque carcasse annerite sui quali i necro-nebulizzatori, gli spazzini di cadaveri, non fanno in tempo a svolgere il proprio lavoro. Dappertutto lacrime, sangue e puzza rivoltante di morte. Come in un film, i suoi occhi scorgono guerrieri in armatura che si scontrano con le forze dell’esercito, centauri e minotauri contro veicoli corazzati, incantesimi di elfi contro le sfere soporifere antisommossa… e nessuno che pensi alla gente rinchiusa negli scantinati. Nessuno che provveda a chi muore di fame e di paura. Il cibo che il ragazzo si procura ha il sapore del fiele, ma un essere insignificante come lui è piccolo abbastanza da non dare nell’occhio mentre si nasconde, e finisce per rubare ben più di un pasto: Zefiro ruba segreti. Segreti che potrebbero salvare la sua gente e la sua sofferente città.
Al Campidoglio, il sindaco de Bonis cammina avanti e indietro come un leone rinchiuso in gabbia… una gabbia dorata, che potrebbe perdere a breve. Le dannate elezioni sono alle porte, e la città sta vivendo il peggior periodo che la storia ricordi negli ultimi tre secoli. “Perché queste rogne devono capitare proprio a me?”, si domanda, mentre si accende l’ennesima sigaretta che i polmoni nuovi di zecca non apprezzeranno. Ma che gli importa? Ha tutti i soldi che gli servono per procurarsene un terzo paio, se gli saranno necessari. Intanto, il gusto amaro del tabacco sembra perfetto per sposarsi con l’acidità nel suo stomaco. L’intercettazione sbagliata, e ogni sua possibilità di essere rieletto svanirà, bruciando insieme a quella stupida città. Venderebbe fino all’ultimo uomo, se soltanto potesse servire a garantirgli un futuro su quella maledetta poltrona, ma non è così. Chiunque sia il nemico che li sta attaccando, non è manipolabile, non è corrompibile. In altre parole, è il suo peggior incubo divenuto realtà.
E intanto la guerra continua, fra ostaggi catturati da entrambe le parti e perdite troppo ingenti da contare. Una giovane linguista, alla ricerca di un modo per comunicare con il nemico ormai fuori controllo, si trova prigioniera di un gruppo di aggressori capitanato da un uomo enigmatico e severo. Il coraggio diventa una merce rara, di fronte alle fauci spalancate di un drago, ma la posta in gioco è alta, e gli occhi scuri del suo rapitore parlano di una storia spietata e al contempo impensabilmente umana. Marta non può sapere come finirà quella sua avventura al campo nemico, sullo sfondo delle rovine di Ostia Antica e del mare solcato dalla flotta di navi nemiche, ma il suo cuore è pronto a qualsiasi prova. Compresa quella più crudele: innamorarsi del proprio aguzzino.
E Marta non sarà l’unica, in un mescolarsi di rabbia e passione, ostilità e fiducia, dolore e piacere, a scoprire quanto l’animo umano possa essere mutevole e traditore: in un infittirsi di trame oscure, nel contrapporsi della furia della vita al fascino carezzevole della morte, la gente di Roma troverà il modo di far fronte a una delle pagine più crude e impreviste della sua sanguinosa storia.
Questo è l’incubo, sospeso tra fantasia e realtà, che attende la città eterna nel suo tremillesimo compleanno.
Questa è la storia che ha inizio nell’anno 3000 ab Urbe condita.
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