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L'appuntamento
di Salvatore di Sante
Sede della Future Fight S.R.L., Tokyo, Giappone, anno 2054
Un sorriso artificiale si fece largo come una nota stonata sul viso di cuoio di Yoshida Kasumoto, mentre le andava incontro a lunghe falcate e a braccia spalancate.
- Signorina Watanabe, che piacere! - L'esclamazione rimbombò nella maestosa hall pervasa dai giochi di luce delle vetrate e degli infissi metallici.
- Piacere mio! - rispose la giovane porgendogli la mano e cercando lo sguardo dietro le inseparabili lenti scure.
- Grazie per essere venuta di domenica, signorina Midori. Mi segua, l'accompagno allo studio.
Entrati in ascensore Kasumoto premette il pulsante dell'ultimo piano e, come sempre accade secondo una legge non scritta ma universalmente riconosciuta, salirono in silenzio malcelando un leggero imbarazzo.
Le porte si aprirono con un sibilo. Si trovarono davanti un lungo corridoio su cui si affacciavano tante porte tutte uguali, con la maniglia in ottone, una targa nera e una lampadina rossa in cima (essendo giorno festivo le lampadine erano tutte spente).
Il lusso che l'aveva accolta al pianterreno aveva lasciato il posto a un intonaco leggermente annerito. Midori avvertiva una strana inquietudine mentre avanzava sul tappeto logoro di moquette rossa. Non c'erano più quadri alle pareti. Kasumoto le camminava a fianco, lanciando occhiate furtive alla palpitante scollatura che premeva sulla camicetta.
- Eccoci. - annunciò il vecchio presentatore spalancando l'ultima porta in cui confluiva il corridoio.
Midori entrò pensando alla stratosferica cifra dell'ingaggio e forse per questo non diede peso alla fotografia sotto la targa.
All'interno un'unica scrivania a ferro di cavallo costeggiava un mega schermo.
- Questa, signorina Watanabe, è la sala da cui mandiamo in onda La Caccia.
Midori si guardò intorno ispezionando la stanza. - E vuole che io l'affianchi nella conduzione, esatto?
- Esatto. Lei è molto famosa e, se posso permettermi, anche molto bella - disse in tono mellifluo scivolando sulla scollatura. - Con lei attireremo una fascia considerevole di pubblico giovane e gli ascolti schizzeranno alle stelle, più di quanto facciano già!
- Non le nascondo che l'idea mi alletta, - si sbilanciò Midori fantasticando sulla cifra a sei zeri, - ma per telefono non mi ha detto nulla sui contenuti del programma, mi spieghi un attimo...
- Certo signorina Watanabe, con piacere, siamo qui per questo. - Raccolse un telecomando dalla scrivania e un bagliore azzurrognolo infuse vita al pannello LCD da cento pollici.
Le immagini scorrevano, le urla e i boati dirompevano in stereofonia.
PAUSE. Kasumoto ripose il telecomando. - Ecco, questo le può bastare, credo, per farsi un'idea.
Midori fece un respiro profondo e deglutì. Il cuore le martellava nel petto. - Cavolo! - esclamò poi riscuotendosi - roba forte.
- Oh sì... - rispose Kasumoto fissando compiaciuto le immagini cristallizzate.
La scena congelata rimandò la signorina Watanabe alla fotografia intravista entrando.
- Quindi è un film fantastico. Pensavo si trattasse di una trasmissione in diretta...
- E lo è, infatti. - Kasumoto rise, gustandosi la sua espressione sorpresa. - E' un reality show.
Midori proruppe in una sonora risata, cercando la complicità del vecchio. Kasumoto non rise. Allora anche il viso della ragazza iniziò a spegnersi, man mano che una consapevolezza si faceva strada.
In effetti le scene erano di un realismo incredibile. Sembrava proprio tutto vero.
- Allora, che fa, accetta? - chiese Kasumoto.
Midori continuò a fissarlo facendo un passo indietro. Le labbra le tremavano, le parole non le venivano. Mentre corse all'uscita desiderò con tutta se stessa qualcuno a cui chiedere aiuto, ma l'edificio era deserto. Era domenica. E la porta era inchiavata.
- Affare fatto signorina Watanabe? - la incalzò Kasumoto sfoggiando ancora quel sorriso innaturale.
- Mi faccia uscire. - Midori armeggiava invano con la maniglia.
- Mi dica prima se accetta la mia proposta. Vedrà, sarà un successo.
- Voi siete pazzi. Lei è pazzo!
- Può darsi. Ma sono un pazzo ricco e famoso. E lo sarò ancora di più. Grazie a lei, volente o nolente. Parteciperà comunque al programma, signorina Watanabe. Se non vuole farlo da co-conduttrice vuol dire che lo farà da concorrente. - Un ghigno sinistro gli si disegnò in volto. - Domani sarà teletrasportata sull'isola! - annunciò trionfante.
Disperata si avventò su di lui convinta di poterlo sopraffare, ma Kasumoto prontamente le scaricò una bomboletta spray sul viso, fermando l'assalto. Scivolò nell'oblio accompagnata dalla faccia raggrinzita e lampadata del presentatore.
Due giorni dopo
- Ma che caz...! - l'agente di guardia scattò dalla sedia additando il monitor al collega.
Sullo schermo si vedeva un poliziotto, dei quattro in servizio giù nella hall, che si avvicinava all'entrata rivolgendosi a qualcuno. Solo che la telecamera non immortalava nessuno. Il poliziotto volò per terra scivolando fuori dall'inquadratura e il capannello di gente si accalcò alle pareti, facendo il vuoto lungo il corridoio centrale. I due agenti corsero fuori armi in pugno e si precipitarono giù per le scale trascinandosi dietro gli anni e i chili di troppo. D'un tratto si bloccarono ansimanti. Un pipistrello schizzò vicino alla tempia del primo che si abbassò bruscamente, gemendo per la fitta al collo che il movimento repentino gli aveva procurato. Il secondo poliziotto aveva puntato l'arma verso il roditore volante, salvo poi stupirsi di quanto fosse idiota pensare di far fuoco.
Il pipistrello accennò un ghigno sprezzante e continuò il suo volo diretto all'ultimo piano.
- Dieci minuti alla messa in onda! - gridò qualcuno a Kasumoto. Il vecchietto dal viso di cuoio stava dando gli ultimi colpi di pettine alla candida zazzera a spazzola, quando il trambusto lo fece voltare di scatto. Gli operatori alle postazioni saltarono sulle sedie, togliendosi le cuffie. I battenti dell'ingresso esplosero. Una figura vestita di pelle, dai lunghi capelli corvini fluttuò nella stanza e in un attimo serrò in una morsa il collo del presentatore. Poche isolate grida si levarono dalla moltitudine dei presenti, i più rimasero impietriti.
- Che fine ha fatto la mia ragazza? - tuonò il misterioso sconosciuto.
- Di chi parli? - rantolò Kasumoto.
- Midori Watanabe. Aveva appuntamento qui due giorni fa.
Tre colpi di revolver .38 rimbombarono nella sala e scavarono altrettanti fori nel giubbotto del ragazzo, che continuò l'interrogatorio come se niente fosse.
- Da due giorni ha il telefono spento. A casa non c'è. Che fine ha fatto? - gridò stringendogli ancora di più il collo e sollevandolo di un metro buono da terra.
Le due guardie intanto stavano correndo a pistole spianate verso l'aggressore.
- Non sparate idioti, rischiate di colpirmi! - riuscì a farfugliare Kasumoto sempre più sofferente.
Con la mano libera il ragazzo afferrò un tavolino e senza voltarsi lo scagliò contro gli agenti, abbattendoli come birilli.
Nella sala era calato un silenzio di tomba.
- Dunque, vediamo se ti torna la memoria o se finisci prima l'ossigeno... - disse il giovane in tono pacato. - Dimmi dov'è Midori.
Kasumoto sfiatò un sorriso stentato.
- Cos'hai da ridere vecchio?
- Vuoi Midori? E che problema c'è... Non c'è bisogno di scaldarsi tanto. Andiamo in onda a minuti. Ti ci mando subito, da Midori, se è quello che vuoi...
Spiazzato da quelle parole il ragazzo mollò la presa e Kasumoto ricadde a terra, tossendo e tastandosi il collo rugoso.
- Vuoi darti una ritoccatina al trucco, bel tenebroso, prima di raggiungere la tua amata sul set? - chiese beffardo il vecchio presentatore. Sarà un ottimo avversario per i Cacciatori, gli ascolti schizzeranno alle stelle, pensò poi compiaciuto.
Il Rituale
di Spartaco Mencaroni
Delle molte cose che Dana aveva dovuto affrontare, nella nuova vita che si era scelta, il Rituale della Coscienza rappresentava per lei la difficoltà più grande. Era la prova decisiva, per essere ammessa fra le Iniziate, e aveva sempre fallito. Sospirando, si accinse a tentare ancora: socchiuse le palpebre, lasciando che il riflesso dorato del sole, rimbalzando sulle antiche pietre del Simbolo, scintillasse attraverso della sottile fessura dei suoi occhi, prolungandosi in lunghe linee ambrate.
Nel mondo degli Eolin, persino la luminosità naturale sembrava aver assunto il colore della resina della vita: la giovane apprendista si lasciò inondare da quel bagliore e si concentrò sulle proprie emozioni, scendendo in profondità nella consapevolezza di sé, fino ai più remoti meandri del proprio io. La luce riempiva il suo animo, come avrebbe fatto un liquido, frugandone ogni anfratto e svelando il più insignificante brandello di pensiero. La ragazza percepiva la presenza di numerosi Eolin, maschi e femmine, che osservavano il rituale in un rispettoso silenzio. Non le importava che potessero vedere il suo corpo nudo, riverso sulla pietra fredda: in quel momento tutto il suo essere, esposto allo splendore della Vera Luce, veniva scrutato ad un livello di intimità così totale, al cui confronto la mancanza di intimità fisica rappresentava un dettaglio insignificante.
La sua voce la raggiunse all’improvviso, ed anche questa volta esplose da un punto imprecisato della sua coscienza, come se l’Eolin, suo maestro e suo sposo, si trovasse contemporaneamente dentro e fuori di lei:
- Chi sei? – domandò colui che adesso, pur amandolo con tutta sé stessa, riusciva appena a riconoscere.
- Io non sono. – rispose. La luce crebbe di intensità, inondando di oro splendente la mente di Dana.
- Cosa desideri? – continuò la voce.
- Non ho desiderio.
L’universo intorno a lei si espanse in un oceano dorato di estasi purissima.
- E chi ricordi? – proseguì l’Eolin, con l’intensità di un immenso diapason.
La ragazza esitò, consapevole che non aveva alcuna possibilità di mentire. Percepiva chiaramente il battito del cuore che le martellava nel petto: il suo suono discordante e caotico distruggeva l’equilibrio dei sensi, sbriciolando l’armonia soprannaturale che stava per esploderle dentro. Dana si aggrappò a quella promessa di beatitudine, agognando l’estasi perfetta che le sfuggiva nuovamente: il dolore di quella perdita le divampò nell’anima, facendola contorcere e urlare sul pavimento di pietra, improvvisamente buio e freddo. Subito lui le fu vicino: le sollevò la desta, aiutandola a respirare, e l’avvolse in una vesta candida, sostenendola mentre tremava con violenza.
- Marid? – domandò il giovane, abbracciandola più stretta.
Dana annuì, singhiozzando.
- Non riesci a dimenticarlo, vero?
- No. – riuscì a rispondere lei, posando il capo sulla spalla forte dell’Eolin a cui si era donata in eterno. – So che smarrire il suo ricordo è la via per giungere ad amarlo davvero: ma è più forte di me.
- Ci riuscirai. – le disse lui, carezzandole teneramente i capelli. Intorno alla coppia, gli altri annuivano solennemente, osservando con tenerezza i due amanti che rimanevano dolcemente abbracciati sul pavimento, a pochi passi dal Simbolo: non provavano vergogna, non serviva alcuna discrezione. Quel loro amore apparteneva a loro due e alla comunità allo stesso tempo, come la resina, la musica, o la magia. Lei lo aveva imparato da tempo, la sua mente stava iniziando a considerare quel modo di vivere e di pensare come naturale e spontaneo: ma la sua natura umana costituiva ancora un ostacolo.
- Riproviamo? – domandò la ragazza, guardando negli occhi il suo sposo.
- Per oggi no, Dana: hai già sofferto molto, potrebbe far male al bambino.
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Nient’altro che un oggetto
di Chiara Zanini
Restare immobile, stesa su quel pagliericcio fin troppo confortevole, le era diventato insopportabile. Così come alzarsi e camminare avanti e indietro, fermarsi e rimettersi seduta. Perfino fissare il soffitto della stanza che le avevano assegnato, troppo bianca e troppo vuota, era un tormento al di là delle sue forze.
“Se solo potessi stare un po’ fuori” pensò, cambiando per l’ennesima volta posizione sul giaciglio e tergendosi con il dorso di una mano il sudore che perfino un movimento così fiacco le aveva provocato. Prendere una boccata d’aria e vedere il cielo azzurro sarebbe stato un sollievo. Magari avrebbe potuto concedersi anche il lusso di una passeggiata, per osservare il via vai della gente, elfi, mezzelfi, padroni e schiavi…
Si tirò su di scatto, per quanto le consentiva la sua mole, stringendo le mani a pugno.
Lei non era una persona: era un oggetto. E se solo si fosse azzardata a mettere il naso fuori da lì, le persone che di sicuro la stavano cercando per tutta la città l’avrebbero beccata ancora prima che avesse completato la lunga scalinata in marmo bianco del Tempio.
Inspirò a fondo, cercando di calmarsi. Non era più padrona del proprio corpo; le bastava un nonnulla per farle battere il cuore così forte da rischiare di sfondarle il petto.
Le arrivò alle narici una zaffata dell’odore dell’infuso di silfio, che la calmò. Doveva resistere ancora per un poco. Appena pochi giorni, forse ore, e il suo tormento avrebbe avuto fine.
Si irrigidì quando sentì un paio di voci, nel corridoio di fianco alla sua stanza. Una era quella donna compassionevole che l’aveva accolta come una figlia. Ma l’altro…
Il terrore le ghiacciò ogni muscolo, tanto che non riuscì nemmeno a mettersi in piedi.
L’altro era un uomo.
Ed era venuto a prenderla.
http://wizardsandblackholes.it/?q=storiadiunoscorpione
Libero nel vento
di Spartaco Mencaroni
Il sole scendeva lento dal cielo, compiendo un arco maestoso che dall'alto dell'azzurro splendente lo avrebbe portato ad insanguinare di tinte vermiglie le nuvole basse verso occidente, incendiando il vasto orizzonte sopra i campi di Aeriston. Fermi sulla riva del fiume, allineati come un piccolo esercito, i dodici centauri attendevano impazienti, arando il terreno con gli zoccoli e fiutando l'aria. Con le braccia incrociate sul petto, gonfiavano i possenti muscoli del tronco e delle spalle, dilatando al massimo i polmoni, per assicurare una riserva supplementare d'ossigeno alle loro zampe.
Parson lo sapeva, che in una gara come quella, riservata ai campioni di tutte le tribù, proprio quei piccoli trucchi avrebbero fatto la differenza. Si guardò intorno: c'erano un paio di giovani, poco più di puledri, che a giudicare da come portavano i capelli dovevano venire da qualche villaggio a nord, sulle colline. Erano alti e con le zampe sottili, come se patissero la fame: non li considerò una minaccia, provenivano da un popolo debole e famoso per la propria codardia. Lo preoccupavano molto di più i due colossali esemplari delle marche dell'Ovest: tozzi, robusti, dal manto scuro e corto. Pestavano il terreno come se volessero spaccarlo e, a giudicare dalla dimensione delle loro zampe, avrebbero potuto riuscirci!
Si girò dall'altra parte per scrutare, subito alla sua destra, il possente Tamarin, l'unico altro centauro del suo villaggio ammesso alla gara: teneva gli occhi chiusi, mormorando una preghiera a Bahazatoth. Parson sputò per terra: non aveva voglia di pregare il suo dio. Non credeva che potesse aiutarlo a vincere la corsa, come non riusciva a salvare la sua gente dalla follia che la stava massacrando.
Improvvisamente un suono di corno lacerò l'aria: i centauri si scossero, scalciando e sgomitando per tenere i vicini al proprio posto, sorvegliandosi l'un l'altro. Al suono successivo, rauco e lamentoso, dodici busti atletici e nudi si chinarono in avanti, mentre gli zoccoli raspavano il terreno, strappando l'erba e alzando larghe zolle fangose.
Poi ci fu l'ultimo squillo, e la morbida pianura di Aeriston fu squassata dal ritmo furioso del galoppo.
Parson dilatò le narici, strinse i denti e concentrò tutta la mente sul proprio corpo: avvertiva il pulsare del cuore, che batteva contro il petto come se volesse sfondarlo, la tensione delle cosce possenti, che scaricavano il loro impeto violento sugli zoccoli, affondandoli nella terra come i colpi di maglio. Soprattutto, sentiva il vento fischiargli fra i capelli, strappargli le lacrime dagli occhi, bruciargli la gola per entrare nei polmoni, gonfiandoli allo spasimo.
La mente sgombra, l'anima inebriata di orgoglio e voglia di correre: quando volava così, ad un palmo dalla terra, si sentiva sicuro e irraggiungibile, al di là di ogni minaccia. Più forte dei cacciatori, più veloce dei loro cani. Parson ne era certo, la freccia destinata a colpirlo non era ancora stata costruita; e anche se non sapeva come sarebbe andata a finire la gara, in quel momento il giovane maschio era perfettamente felice.
Cos'e' la magia?
di Chiara Cini
- Secondo te che cos'è la magia, Davronche?
-Mah... non lo so. Forse un qualcosa che ti consente di guadagnare un mucchio di bei soldi senza fare niente, cara la mia Némilie!
Némilie alzò le spalle leggermente scuotendo la testa, come a voler dire all'amico di sempre che era proprio uno sciocco.
Doveva assolutamente capire che cosa le stava accadendo ma non trovava nulla che le desse una concreta indicazione.
Aveva in mano solo quello strano orologio, rubato dalla tasca di quel signore così spaventato, e da allora le erano successe tutte quelle vicende strane.
Chi avrebbe potuto aiutarla? Provò ancora ad incalzare l'amico.
- Davronche, secondo te c'è a Pàris qualcuno che mi possa dire quanto vale quest'oggetto senza chiamare i gendarmi?
- Nella strada dei ricettatori puoi sentire chi vuoi, magari ti accompagno io, per essere più sicuri.
- No, sciocco, se avessi voluto andare là lo avrei fatto ieri sera, prima che accadessero questi episodi, prima che voi vi comportaste in maniera bislacca con me,”ribattè Némilie.
Avrebbe dovuto cercare di capire il mistero di quell'orologio da sola, senza coinvolgere più del necessario i suoi amici.
Sperava solo di avere il tempo di uscire da quel guaio senza che nessuno si facesse male. Ma il rumore che proveniva dalla strada le indicò chiaramente che non aveva più tempo per pensare.