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Dare un volto al peccato
di Chiara Cini
Le dita sottili sfioravano delicatamente la pelle, percependo inclementi i contorni regolari dell'escrescenza.
Non provava dolore fisico, Leila, mentre accarezzava con delicatezza quel piccolo ponfo sotto all'ascella che l'avrebbe portata alla morte.
Ovunque posasse lo sguardo vedeva persone ammalate che, ridotte ad una larva, esalavano gli ultimi respiri. La sua bellezza e la giovane età, l'avevano quasi convinta di essere immune a tanta sofferenza e marcescenza.
Ora che si trovava davanti allo specchio con quel segno così netto sul suo corpo, si rendeva conto invece della fragilità dell'esistenza.
"Ho ancora una speranza, però. Non dovrà saperlo nessuno, altrimenti i miei giorni termineranno prima che il morbo si faccia strada dentro di me” pensò mentre attendeva l'uomo, il reietto, che avrebbe inciso il male.
Leila non riusciva però a cacciare dalla sua mente la portata di quanto stava per fare. Poteva lei commettere il più grande dei peccati solo per salvaguardare il suo corpo dalla corruzione della malattia? Chi le dava questa presunzione, forse la voglia di vivere in un mondo piagato dal peccato poteva spingerla a commettere l'eresia più grande?
“Non morirò... e non succederà niente se non guarderò in faccia il guaritore... farò scivolare appena la mia veste, non gli darò modo di ricordarsi di me, né a me di lui”.
Ma quando sentì bussare alla porta, un brivido di paura la scosse profondamente, spingendola ad agire diversamente.
Se doveva commettere il più grave dei peccati, voleva potergli dare un volto.
Poveri Umani
di Chiara Cini
Poveri umani. Si affannano da secoli davanti alla nostra porta per entrare e si perdono nel tentativo. Cercano quello che non potranno mai trovare, perché sono mossi da desideri terreni: denaro e immortalità, non pensano ad altro.
A noi Eolin non interessa il loro destino.
Viviamo lontani da loro, nutrendoci di cultura e di magia. Cosa fanno i popoli inferiori non è affar nostro.
Siamo legati a questa porta da un giuramento che onoriamo dalla notte dei tempi e non concepiamo la violenza, a patto che nessuno ci costringa a difenderci.
Uno stupido uomo ha ucciso un nostro fratello guardiano, proprio sotto all'iscrizione magica che regola l'accesso nel nostro Regno.
Il sangue dorato che è uscito dal suo corpo ha risvegliato i quattro guardiani:
Argor, il più antico, capace di togliere il sonno ad un umano solo guardandolo negli occhi.
Fortig, l'astuto, sigillava con un sol gesto gli orifizi umani provocando una morte orrenda.
Estol, la pia, usava le unghie per dividere in due i guerrieri come se fossero di burro di ghil.
Masada, la temeraria, creava un vuoto d'aria che risucchiava il cuore dal petto, qualunque fosse la corazza.
La guerra è dunque iniziata.
Se l'amore non esiste
di Chiara Cini
“Se l'Amore non esiste, cos'è che manda avanti il mondo? Mi sono sbagliato così tanto, ero forse cieco? Quindi è per questo motivo che i centauri si stanno estinguendo, pagano per non essere in grado di provare il più alto dei sentimenti...”
I pensieri di Bahazatoth viaggiavano senza controllo mentre lui sedeva in modo scomposto nella locanda di Koti, ringraziando il cielo che la birra facesse egregiamente il suo lavoro.
Trascorreva le sue giornate là, Bahazatoth, portandosi dietro un fardello troppo pesante per le sue spalle umane. Oltre alla birra, che lo annebbiava temporaneamente, lo confortava trovare il sorriso di Jocelyn, l'avvenente cameriera della locanda. Non era una ragazza qualunque, ma una dotata studentessa della scuola di magia, che lavorava alla locanda per raggranellare qualche soldo. Jocelyn guardava Bahazatoth con interesse, rapita dal suo fisico scolpito e dall'età indefinibile dell'uomo.
“Se sapesse la mia vera storia non mi guarderebbe più così”, pensò un giorno Bahazatoth, ma non fu in grado di completare la sua riflessione perché nel locale irruppe, senza preavviso, un Centauro.
Le nozze della Principessa dei Centauri
di Salvatore di Sante
- Vuoi tu Parson prendere Luma...
Era un giorno di festa in tutto il Reame: al Bosco delle Unioni si stava celebrando il matrimonio del secolo.
Le ghirlande di fiori tese tra un albero e l'altro, le farfalle che danzavano nel cielo turchino, gli uccelli che cinguettavano. E tutti che aspettavano col fiato sospeso quel sussurro, il fatidico monosillabo.
Un mago aveva persino creato un arcobaleno che attraversava la cascata, a incorniciare i due giovani in piedi, o per meglio dire, sugli zoccoli di fronte all'altare.
- Vuoi tu Parson prendere Luma...
Luma, la principessa Luma, a cui le ancelle avevano spazzolato coda e capelli e li avevano poi cosparsi con unguenti profumati.
- Vuoi tu Parson prendere Luma...
Luma con il raffinato velo di pizzo che dalle spalle ricadeva sulla groppa premurosamente strigliata.
- Vuoi tu Parson prendere Luma...
Luma che adesso si era voltata e lo guardava con aria interrogativa.
- Vuoi tu Parson prendere Luma...
Gli ospiti che dallo stupore iniziavano a considerare l'imbarazzo... Centauri perlopiù, alcuni maghi, qualche nano e pochissimi umani.
- Vuoi tu Parson prendere Luma...
Il re che batteva gli zoccoli nervosamente, stringendo i denti dietro le labbra serrate.
- Vuoi tu Parson prendere Luma...
Lui, Parson, un popolano addirittura, per questo sempre osteggiato dal padre della sposa e invidiato da tutti gli altri... lui che dovrebbe ringraziare il destino...
- Vuoi tu Parson prendere Luma...
Lui, Parson, che quel giorno omise il monosillabo. Due lettere che l'avrebbero marchiato a fuoco e a vita, due lettere che avrebbero pesato come un macigno sul suo onore.
- Vuoi tu Parson prendere Luma...
Evidentemente non voleva, Parson, se ora corre via. Galoppa senza voltarsi. Lontano dai pavesi variopinti che congiungevano larici e querce. Lontano dalle corone di tulipani e orchidee disseminate sul prato e tra le sedie degli invitati. Lontano da una folla incredula. Ma allora, gli spruzzi della cascata che irroravano l'arcobaleno, l'altare di quarzo rosa modellato dagli scultori più famosi del regno, a cosa erano serviti?
A lasciare una principessa affranta e un re adirato.
E uno sposo che galoppa, galoppa. Sa perfettamente verso dove. Non l'ha mai saputo più chiaramente. E forse allora i passeri e i verzellini hanno lo stesso cantato l'amore, le farfalle e le rondini non hanno danzato invano in un cielo così azzurro...
Parson corre dalla ragazza dai capelli di rame. La ragazza che tante volte ha portato in groppa, per gioco, e con cui ha condiviso tanti sorrisi.
Corre da lei Parson, è a Jocelyn che corre a dire il suo sì.
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Alla corte del Re
di Luca Pappalardo
Certi uomini, pur di presenziare alla corte del Re, sarebbero stati disposti a tutto. Vi erano favori che solo il Re poteva concedere, e quegli uomini lo sapevano bene. Accedere alla sua corte non era cosa facile, certo, e talvolta quegli stessi uomini si ritrovavano a dover pagare un prezzo a cui si immaginavano disposti solo nella fantasia (scontrandosi spesso con una realtà differente). Ma chi aveva il coraggio di fare quanto necessario, raramente finiva per rimpiangere la propria scelta.
Altri uomini, di più modeste ambizioni e di minor coraggio, preferivano (nell'inseguire i propri scopi) affidarsi alla legge del sovrano di Parìs, confidando nella bontà dell'ordine costituito.
Mentre scivolava lungo i vicoli bui di Montjaune, Davronche aveva pochi dubbi su quale monarca meritasse la sua ammirazione. Che signorotti e leccaculo restassero pure attaccati alle sottane del Re imparruccato e incipriato: lui avrebbe ottenuto il favore del vero Re.
Dove, nelle ore più buie della notte, anche i gendarmi si infilavano con cautela: quella sì era una Corte regale che sarebbe valsa la pena vedere! Fra melma, reietti e puttane, nelle profondità di una cava di calcare abbandonata, regnava l'uomo che aveva ottenuto il rispetto di tutta la feccia parigina: Nadrien, re dei farabutti, nume dei disperati, principe dei ladri.
A metà fra uomo e mito, Nadrien era il genere di lestofante sul quale le leggende si sprecavano: quella preferita di Davronche lo voleva accerchiato dai gendarmi dopo un colpo fallito, prossimo ad essere trafitto da una baionetta. Con la sola mano destra avrebbe afferrato la lama dell'arma, fermandone l'avanzata, e con la sinistra avrebbe abbattuto il gendarme in un singolo colpo, per poi fuggire dalle altre guardie troppo attonite per reagire.
Per un ragazzino giovane come Davronche non era stato facile arrivare a lui: c'erano voluti tempo, fatica e capacità di sopportazione. Ma alla fine era riuscito a farsi notare, superando la diffidenza e il divertimento di chi lo riteneva solo un ladruncolo fra tanti. Dopo mesi di fatica, sforzi e domande, uno degli uomini di Nadrien l'aveva avvicinato. Non il pezzo grosso in persona, ovviamente: un pivellino come lui non poteva certo sperare di incontrarlo subito, così, come se niente fosse. Ma era un buon inizio: se avesse voluto entrare nei ranghi del Re, avrebbe dovuto provare il suo valore con un gesto simbolico.
Il compito che gli avevano affidato era tanto semplice quanto grottesco: penetrare di notte nel Cimitero degli Ingenui e rubare il femore di un cadavere.
Al riparo dietro la Chiesa dei Poveri Ingenui, Davronche fissò con occhi velati di terrore lo spettacolo che gli si parava davanti: il luogo era oramai diventato impraticabile. Negli anni precedenti le piogge, complice l'uso eccessivo che era stato fatto dello spazio, avevano trasformato il suolo funerario in una macabra composizione di fango e morte. I cadaveri sporgevano dal terreno, alcuni parzialmente decomposti, altri quasi scheletri. Alcune tombe erano state sommerse dalla melma, altre avevano le lapidi distrutte. Trovare un femore non sarebbe stato difficile: gettarsi a capofitto in quel ricettacolo di orrore, però, era tutto un altro discorso.
Dopo qualche minuto e due respiri profondi, finalmente Davronche si decise: una nuvola oscurò la luna, facendo calare il buio sulla città e permettendo al giovane di scattare verso uno scheletro quasi completamente disseppellito poco distante da lui. Vedeva abbastanza bene da poter riconoscere il femore, afferrarlo e scappare nella direzione opposta a quella da cui era venuto: a contatto con la mano l'osso era freddo, secco, gli sembrava più fragile di quel che sarebbe dovuto essere. Respingendo un moto di disgusto, il giovane ladro continuò trionfante la propria corsa, prossimo a rituffarsi nei vicoli. Ma proprio quando stava per essere inghiottito dal buio dei palazzi, si ritrovò a sbattere il muso in terra: l'osso gli cadde di mano, rotolando via.
- A quanto pare voi mocciosi non avete rispetto nemmeno per i defunti.
Dritto disteso in terra, Davronche alzò lo sguardo: di fronte a lui troneggiava un uomo alto e massiccio. Aveva i capelli neri e lunghi fino alle spalle, la mascella squadrata e un folto paio di baffi neri. Alla luce della luna Davronché potè distinguerne lo sguardo: fermo e penetrante, in due occhi neri come il carbone. A coronare il tutto e sancire la definitiva sfortuna del ladruncolo, l'uomo indossava quella che sembrava essere proprio una divisa da gendarme.
- Allora, moccioso? Hai qualcosa da dire?
- Ehm... Io stavo solo passando per di qui, non so cosa intende...
- Non mi raccontare fesserie, sei venuto a rubare nel cimitero vero? A rompere qualche lapide per divertirti? Dovrei portarti dritto in caserma.
Le cose volgevano al peggio e Davronche non sapeva che pesci prendere. Steso a terra, dolorante e immobile, con un gendarme prossimo a chiudergli le manette ai polsi, pregò silenziosamente San Dismà affinchè lo tirasse fuori dai guai.
- Ma per stasera mi sento buono. Mettiamola così, fai una cosa per me e potrai andartene.
Davronche lo fissò con sospetto:
- Cosa dovrei fare?
L'uomo, di rimando, gli ghignò: – È molto semplice: leccami la suola dello stivale destro e augura lunga vita al sovrano e alla monarchia. Fallo e potrai andartene. Altrimenti ti aspetta la galera, se non peggio.
Davronche fissò l'uomo dal basso verso l'alto per qualche attimo, in silenzio. Quindi, steso com'era di fronte a lui, alzò la testa quanto bastava per sputargli sui piedi. L'uomo rimase immobile, guardandolo.
- Molto bene. Avrai ciò che meriti.
Davronche lo vide alzare la mano destra e chiuse gli occhi, pronto a ricevere il colpo. Ma dopo secondi interminabili si rese conto che il colpo non arrivava. Si azzardò ad aprire gli occhi, solo per vedere quella stessa mano tesa di fronte a lui, in un'offerta di aiuto.
Confuso e ancora pieno di sospetto, ma troppo spaventato per rifiutare quell'occassione, la afferrò e si alzò in piedi. E mentre lo faceva notò due cose.
La prima era che la notte attorno a lui si era popolata: in cima ai tetti, da dietro i muri, sbucate fuori dall'aria stessa, stavano una decina di persone – uomini e donne, per la maggior parte vestiti di stracci e tutti quanti accomunati dall'inconfondibile lezzo della povertà. I loro sguardi erano tutti su di lui: alcuni, notò, davano di gomito ad altri. Altri ridevano, ed altri ancora si limitavano a fissarlo a braccia conserte.
La seconda cosa che notò fu la cicatrice larga un pollice che attraversava da parte a parte il palmo della mano destra dell'uomo. Quello stesso che ora, sorridendo con una malizia quasi diabolica, gliela porse da stringere: lo scintillio nei suoi occhi era una promessa di follia, successo e insieme ambizione.
- Ben fatto, Davronche. Benvenuto alla corte del Re.