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Un bizzarro caso clinico

di Salvatore di Sante

Il dottor Spynes meditava sulle annotazioni in attesa del paziente. La pipa e le sopracciglia aggrottate erano il suo marchio di fabbrica per i casi più insoliti.

Matt Spencer, 15 anni, Southampton. Allucinazioni visive (sottolineato tre volte), deliri e costrutti paranoici.

Tirò una lunga boccata e soffiò un tremulo anello di fumo.

Che fosse schizofrenico? Pareva proprio un adolescente come tanti. Poca voglia di studiare, qualche birra e qualche spinello d'accordo, ma niente di che... A parlarci sembrava lucido: i pazzi hanno uno sguardo diverso, e lui ne aveva visti, in trent'anni di professione.
Genitori morti in un incidente aereo tre mesi prima. Una sorella di due anni più grande. E poi quel Michael...

Appoggiò delicatamente gli occhiali sulla scrivania e sospirando si massaggiò le tempie.

Michael (sottolineato e con un punto interrogativo a fianco), il tutore, un tipo strano, poco più grande della sorella... forse un po' troppo giovane per fare il tutore. Che le fantasie del paziente fossero dovute al trauma della perdita dei genitori? Possibile. Anche se i rapporti coi compagni di classe e con Hope, la sorella, andavano bene. E poi quel sogno.

Matt aveva riferito di aver sognato la morte dei genitori, il disastro aereo. Un sogno premonitore, insomma. Ansie e paure rimestate dall'inconscio che poi le vomita nei sogni e che qualche volta, per pura coincidenza, sfociano nel reale. Ma tutti quei particolari: le scritte sulla carlinga, la descrizione dei passeggeri e dei loro dialoghi. Tutto combaciava con le registrazioni della scatola nera e con le fotografie associate all'elenco passeggeri.
- Dottore, Matt Spencer è arrivato - gracchiò l'interfono.
Spynes diede una rapida occhiata all'orologio.
- Può farlo entrare, Martha, grazie. - Ripose la pipa nel cassetto e raccolse ordinatamente i fogli degli appunti, battendoli sulla scrivania nell'istante preciso in cui il ragazzo faceva capolino sulla porta.
- Ciao Matt, in perfetto orario. Accomodati pure sul lettino che iniziamo subito.
- Buongiorno - bofonchiò stancamente il giovane avviandosi verso il consueto giaciglio terapeutico.

- Allora: come stai oggi, che mi racconti?
Matt provava varie pose, intrecciando mani e piedi.
- Dunque... - fece per continuare ma le parole gli morirono in gola.
D'accordo, pensò. Basta, ci vado giù duro.
- Mio padre è uno stregone e suo fratello Lucas, un mutaforma, ce l'ha con lui perché vuole la Chiave del Sacro Cancello per il mondo della Magia. Ecco, l'ho detto. - sciorinò tutto d'un fiato. - Tanto lo so che non mi crede.
Nello studio calò il silenzio. Il dottor Spynes fece un colpo di tosse poi attaccò:- Cosa intendi per mutaforma?

Un tonfo sordo di lamiere accartocciate li fece sobbalzare.
- Eccolo! Quello! - esclamò Matt scattando a sedere e indicando fuori dalla finestra.
Il dottore deglutì, non credeva ai propri occhi: un drago mostruoso con la testa d'aquila era appollaiato sui rottami della sua Bentley e guardava nella loro direzione.
- Lucas, suppongo... - bisbigliò Spynes.
Matt annuì lentamente, gli occhi sgranati.

La storia di Matt su Never let me go

Rapina in Banca

di Salvatore di Sante

Sonigull, Cassa di Risparmio del Cibo, anno 2274

Mentre aspettavano in fila, la piccola Rose osservava divertita gli ologrammi delle piante ornamentali, mentre gli assistenti indirizzavano i clienti ai vari reparti gastronomici.
- Stasera tesoro mangiamo tante cose buone. Niente roba finta. - sorrise Anne.
- Perché mamma? - domandò Rose aggiustandosi gli occhiali fucsia.
- Stasera è l'anniversario mio e di papà.
- Cos'è un annivesario? Un compleanno?
- Una specie. Io e papà festeggiamo dieci anni che ci siamo conosciuti.
Rose si mise perplessa a contare sulle dita, poi dopo un po' esclamò raggiante: - Allora io sono nata cinque anni più tardi!
- Esatto tesoro, brava!
Controllando la tessera di credito, nel portafoglio Anne notò una foto di loro due, quel giorno di dieci anni fa. Pensava di averla gettata. I loro volti sorridenti e vicini in primo piano, col tramonto sullo sfondo. Gordon con la zazzera bionda spettinata dal vento e gli occhi azzurri così penetranti.
Dalla grande vetrata d'ingresso, alzando lo sguardo Rose poteva vedere le file ininterrotte di volomobili che attraversavano il cielo come tante formiche in processione. E molto più in alto sfrecciavano le navicelle spaziali, poco più grandi di un puntino.
- Mamma, andiamo con papà a fare un giro con le navic...
D'improvviso la parete franò in una pioggia di schegge e con un boato il muso imponente di un blindato invase la stanza. Ne scesero due energumeni col volto coperto da tessuto dissimulatore (che in quel caso proiettava maschere da clown); indossavano elmetti antiradiazioni ed erano armati di smaterializzatori laser.
Il personale agli sportelli azionò subito gli scudi magnetici e una richiesta d'intervento fu automaticamente inoltrata alla più vicina stazione di polizia.
In preda al panico, i clienti impietriti iniziarono a gridare; uno dei malviventi fece rotolare sul pavimento una granata a interferenza sinaptica.
Tutti caddero tenendosi la testa, contorcendosi o tremando. Una signora anziana schiumava dalla bocca battendo spasmodicamente il bastone sul pavimento di marmo.
Solamente la piccola Rose rimase in piedi. Spaventata ma non stordita. Era affetta da una rara anomalia della PMP22 (1), come riferirà in seguito Gordon alle autorità. Vedeva sua mamma a terra, sofferente, senza rendersi conto di quel che accadeva. Si avvicinò al clown più vicino per chiedergli spiegazioni ma quello senza battere ciglio la polverizzò. Anne vide i pantaloncini rossi e la maglietta a righe viola afflosciarsi sopra i sandaletti di cuoio. La bambina che c'era dentro sparita. Della figlia rimaneva una colonnina di fumo nero.
Trasfigurata dalla disperazione scattò in piedi e si lanciò come una furia sull'assassino che aveva ancora il fucile puntato.
-Nooo!!! Maledetto! - gridò con le lacrime agli occhi avventandoglisi contro.
Il delinquente senza esitare sparò una seconda volta.

Quella sera Gordon stava guardando l'ologiornale come al solito. Ma qualcosa dentro di lui si ruppe. Quella sera un cittadino fino a quel momento irreprensibile saltò la barricata e decise di diventare uno spietato criminale. Succede, quando sei a casa che pregusti una squisita cenetta non sintetica e scopri invece che un balordo ti ha appena ammazzato moglie e figlia.

La storia di Gordon su Pena d'Esplorazione

 

(1) Proteina della mielina periferica 22. La mielina è una sostanza di natura lipoide che avvolge gli assoni dei neuroni formando la fibra nervosa.

Ti prego, Luna

di Chiara Zanini

C’era una tale pace, su quella cresta rocciosa illuminata dalla luna, che Dana, se solo avesse potuto, si sarebbe messa a gridare di gioia, per sentire la sua voce rimbalzare da una parete all’altra delle montagne. Era da tanto che non si sentiva così bene; almeno da quando sua madre si era messa in testa che doveva compiere la cerimonia della Luna, e superare la prova a ogni costo.
Si inginocchiò sulla pietra, osservando il precipizio sotto di lei. Scalare la roccia delle aquile era stato semplice come prendere un respiro, grazie alla magia che imperversava furiosa dentro di lei. Costringere il villaggio ad accettare la decisione che aveva preso, al contrario, sarebbe stato molto più complicato.
Si guardò le mani: in una teneva la boccetta che le aveva dato l’anziana del villaggio, colma fino all’orlo della pozione magica necessaria per completare il rituale, e farla diventare a tutti gli effetti una donna della comunità adatta a procreare. L’odore era così rivoltante che, anche se lo avesse voluto davvero, buttarla giù sarebbe stata un’impresa al di là delle sue forze.
Nell’altra mano, stringeva… nulla. Nient’altro che una manciata di sogni.
Essere diversa dalle altre. Sfuggire dalle grinfie di Waloor, quell’ubriacone cui la sua famiglia l’aveva promessa in sposa. Unirsi al popolo degli Eolin, le magnifiche creature dalla pelle d’oro. Lasciarsi tutto alle spalle, senza rimpianti.
Sollevò la boccetta, guardando fisso il volto etereo della luna.
E la gettò a terra.
Il vetro si frantumò e la pozione si sparse sulla roccia, ma Dana sorrise. Aveva mandato in frantumi la sua stessa vita, eppure non era mai stata tanto orgogliosa di sé.
Si rimise in piedi e giunse le mani. “Ti prego, Luna,” implorò con tutto il fervore di cui era capace. “Ti prego, esaudisci il mio desiderio.”
Qual era il desiderio di Dana?
Se sei curioso, lo puoi scoprire qui: http://wizardsandblackholes.it/?q=gliuominidoro

Estate a Geamar

di Salvatore Di Sante

L'estate era alle porte nel reame di Geamar e per gli studenti di Hoguar iniziavano le vacanze. Gli Pterfoi planavano sospinti da una brezza vivace (per la gioia di Jacob che perdeva pomeriggi a osservarli) e i ruscelli mormoravano dolcemente, screziati dal riverbero del sole. Thearyn intrecciava pensosa delle margheritine mentre sbirciava Leorlas che si allenava con l'arco.
Aveva superato a pieni voti l'esame di «Magia Bianca» e si apprestava a diventare una brillante strega nonché una bellissima donna.
Avrebbe dovuto baciarlo? Che ci voleva in fondo, chiudeva gli occhi e... ma lui non sembrava...
Leorlas era suo compagno di banco dall'inizio delle superiori. Carino come la maggior parte degli elfi: lineamenti aggraziati, fluenti capelli biondi e occhi sfuggenti di un verde acceso che quando ti fissavano sapevano incantarti. E se n'era accorta, Thearyn, la mattina che le aveva chiesto di uscire: una passeggiata in riva al fiume e merenda con sidro e torta di lamponi. Ed eccoli lì. In verità in quattro anni di scuola non è che avessero parlato tanto. Leorlas passava il tempo libero con gli amici discutendo di caccia e degli allenamenti in combattimento e Thearyn preferiva intrattenersi con le compagne a disquisire di vestiti e pozioni. Ma ultimamente si era accorta che lui la osservava più del solito, per poi distogliere subito lo sguardo se lei lo fissava. Le si era accesa la curiosità di conoscere meglio quel ragazzo taciturno che le sedeva accanto da sempre ma di cui sapeva poco o niente. Finché come un fulmine a ciel sereno era arrivata quella domanda. Lei che stendeva il bucato in giardino e lui che sorprendendola alle spalle:
- Ti va di uscire?
Stesa sul prato vagava per libere associazioni: amore, margherita m'ama non m'ama, farfalle, baciarsi... quando un pensiero la riportò alla realtà: un altro amore, di un mondo lontano, in un tempo parallelo. Tirò fuori dallo zaino il Palantìr (1) che portava sempre con sè e lo adagiò sull'erba. Fu tentata di chiamare Leorlas ma presa da uno strano imbarazzo ci ripensò e decise che quel momento sarebbe stato solo suo. Incrociò le gambe e chiuse gli occhi. Sussurrò la formula muovendo le mani intorno al globo perlaceo che iniziò a risplendere sempre più intensamente.
L'avevamo lasciato sull'isola della Scimmia con un biglietto in tasca. Sul biglietto un nome e un indirizzo: «Bardack Road, Londra.» Anche quel pirata aveva un amore da vivere.
- Montru al mi!(2) - esclamò aprendo gli occhi. All'interno della sfera vorticò un magma di nuvole da cui iniziarono a prender forma dei volti. Riconobbe Jake. Sorrideva a una donna. Bellissima, con spumeggianti ricci biondi e occhi smeraldo come quelli di Leorlas; anche lei gli sorrideva.
- Ti amo, Eva - un sussurro. Poi si amalgamarono in un lungo abbraccio e si baciarono, finché la visione non sfumò in un vortice di colori. All'improvviso, dopo un'esplosione di luce, il faccino di un neonato. Dormiva succhiandosi il pollice, sulla culla era appuntato un fiocco rosa. Poi ancora un flash e un viso a campeggiare sul Palantìr: una ragazzina. Gli occhi della madre e i capelli del padre.
- Chi è? - Leorlas la fece sobbalzare, come quella mattina con il bucato.
- La figlia del pirata. Una fanciulla con strabilianti poteri che vivrà un'avventura fantastica... e voi? Volete vedere? - continuò Thearyn agitando le mani intorno alla sfera magica.
 - Montru al li nun!(3)
 Continua a leggere qui: http://www.wizardsandblackholes.it/?q=lafigliadelpirata

1) I Palantíri (al singolare Palantír), chiamati anche Pietre Veggenti e Pietre Vedenti, sono manufatti di Arda, l'universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese J.R.R. Tolkien.
2) Le formule magiche che Thearyn recita sono in Esperanto. Significa «Mostrami ora!»
3) Traduzione: «Mostra loro ora!»

Fuga dal Paradiso

di Luca Pappalardo

 - Ovviamente ho dovuto rifiutare, quello che faccio ora è troppo importante – per il mondo, intendo, in una visione globale – per poter smettere. Per non parlare della povera Keria! Non oso immaginare cosa farebbe senza di me.
 L'uomo che aveva parlato si rigirò sul triclino, afferrando la coppa in bronzo posata in terra accanto a lui e scolandosi con un risucchio non esattamente delicato l'ultimo sorso di quello che doveva essere un vino decisamente buono. Almeno, rifletté lui, stando a quanto lo aveva pagato.
 Il prezzo era peraltro l'unico indicatore che l'uomo aveva per misurare la qualità del vino che beveva, essendo del tutto ignorante in materia. Cosa che non gli impediva comunque di bere vini estremamente costosi, quando le sue tasche o l'ingenuità di chi aveva davanti glielo permettevano.
 Accanto a lui una donna dalla pelle scura gli passò le unghie sulle schiena, avvinghiandosi con il corpo nudo al suo.
 - Quindi, ricapitolando: dopo aver esorcizzato una manifestazione del Nemico che stava attentando alla vita del Triumviro, ti è stato offerto un posto nella cerchia più stretta dei collaboratori del Regno (cerchia della quale non puoi dirmi nulla per questioni di segretezza).
 - Esattamente.
 - E tu l'hai rifiutato per poterti continuare a scopare l'elfetta che ti fa da segretaria.
 Scoppiarono entrambi a ridere, rotolando giù dal Triclino sul morbido tappeto in pelle di tigre.
 - Mia cara Lethe, sei più tagliente di un foglio di carta maledetto da uno stregone frustrato - disse l'uomo, alzandosi e dirigendosi con passo barcollante verso una credenza. Era decisamente ubriaco, ma la caraffa ricolma di vino che gli stava davanti mormorava una promessa troppo invitante per potervi resistere.
 Mentre beveva direttamente dalla brocca si rimirò allo specchio, compiaciuto di ciò che vedeva: ok, un filo di pancia c'era, ma era la prova del fatto che sapeva approcciare la vita dalla giusta angolazione. Per il resto, i muscoli erano pochi e magri ma definiti e tesi a sufficienza da essergli utili (e a breve avrebbe scoperto quanto gli sarebbero serviti).
 Dopo essersi bevuto gran parte del vino si pulì la bocca con un mormorio soddisfatto. Una parte della sua mente, quella più ubriaca, apprezzò la rinnovata carica di euforia che già gli appannava il cervello; una seconda parte della sua mente, su un binario parallelo, calcolò che quella brocca era l'ultima che avrebbe potuto permettersi. E la Donna Scarlatta, la maîtresse del luogo in cui si trovava, non apparteneva alla categoria dei facilmente imbrogliabili. Al Paradiso le promesse erano apprezzate quanto un eunuco.
Una terza parte della sua mente si collegò per puro caso alle orecchie, quindi – perplessa – si consultò con le altre due per un parere su ciò che aveva udito. Al termine di quella riunione l'immaginaria trinità venne ricondotta ad un unicuum, che costrinse l'uomo a prendere consapevolezza dei suoni che provenivano dal piano inferiore.
 - BALTHASAR! MALEDETTO FIGLIO DI PUTTANA, VIENI FUORI!
Sentì la donna dietro di lui muoversi: si voltò e con un gesto fluido afferrò i pantaloni che lei gli aveva gettato.
 - Di chi si tratta, questa volta? - disse lei con un tono di finto rimprovero da cui trapelava un evidente divertimento.
 - Sicuramente un increscioso caso di omonimia, o forse qualche povero contadino sotto gli effetti di un Incantesimo Ammaliante: i malvagi che mi odiano sono così tanti!
 - A giudicare dal timbro della voce è un Orco, e pure parecchio incazzato.
 Infilatosi i pantaloni, Balthasar scattò in avanti e le scoccò un bacio, per poi fiondarsi alla finestra ed aprirla.
 - Motivo di più perché tu ti metta in un angolo e ti nasconda, magari sotto un bel lenzuolo.
 La donna sbuffò, estraendo da dietro al letto due lunghi pugnali dal manico in avorio. Balthasar non sapeva quanto sapesse usarli, ma qualcosa nel sorriso di lei gli suggerì di rivedere le sue valutazioni.
 - Tranquillo eroe, preoccupati di andare. Tanto cerca te, vedrai che non dovrò nemmeno usarli.
 - Sei una donna fantastica, Lethe - disse solennemente Balthasar, salendo sul bordo della finestra. Sotto di lui, almeno tre metri di caduta libera: nulla di paragonabile ad un Orco violento.
 - Balthasar?
 - Si cara? - fece lui voltandosi. La punta di uno dei pugnali era a pochi centimetri dalla sua faccia.
 - Non hai pagato.
 In quel momento la porta alle loro spalle decise di trascendere la materia, o meglio: fu disintegrata dalla spallata di quello che sembrava essere un armadio verde, zannuto e decisamente di pessimo umore. Sufficientemente scenico da distrarre la donna per un attimo, e a Balthasar tanto bastava: uno scatto in avanti, e sparì oltre la finestra. Alle sue spalle, l'ululare feroce dell'Orco si mescolò alle parole della donna (nelle quali però fu certo di udire un "Buona fortuna, idiota").
Le avventure di Balthasar continuano in Storia di uno Scorpione.

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