text trailer
Questa e' l'ultima volta
di Irene Grazzini
“Questa è l’ultima volta!” mi dico mentre fermo il furgone nel bel mezzo dell’incrocio e tiro il freno a mano. Questo ferrovecchio è un cimelio della vecchia epoca, va ancora a gas invece che a energia solare, e ha delle ruote sgangherate invece dei soliti ugelli jet che fanno sfrecciare le auto a quindici centimetri dal suolo. Mi chiedo dove l’abbia trovato Francisco, poi scrollo le spalle: in ogni caso non durerà a lungo ed è perfetto per il suo scopo.
E io ho pescato la pagliuzza più corta quando sono stati decisi i ruoli.
Pagliuzza o non pagliuzza, questa parte pericolosa e poco esaltante sarebbe toccata comunque a me. Sono l’unica ragazza della banda e non ho molta voce in capitolo. Poco importa se sono abile in quello che faccio, Francisco è il capo e non si discutono i suoi ordini.
“Ma questa sarà l’ultima volta” mi ripeto, ostinatamente, come faccio ormai da giorni e settimane.
Controllo l’ora, appurando che come sempre sono puntuale, poi mi azzardo a sbirciare fuori dal finestrino del passeggero. La via del Raval sembra tranquilla, con i suoi ampi marciapiedi e qualche palma che resiste chissà come alle scorie delle navi aliene. Loro non si preoccupano di inquinare il nostro mondo: quando sarà tutto distrutto, peggio di come è adesso, prenderanno le loro belle astronavi e toglieranno il disturbo per andare a guerreggiare da qualche altra parte. Noi umani faremo lo stesso. Forse. Se sopravviveremo.
Francisco e gli altri sono appostati sopra i tetti e scrutano la via sottostante in attesa. Nel cielo acceso di giallo polveroso scorgo il luccichio delle loro armi: spara-chiodi, balestre ad aria compressa, vecchie revolver, qualche pistola a onde d’urto. Non sarà la dotazione dell’euro-esercito, ma non è male. Francisco controlla anche il contrabbando delle armi e della droga, oltre che buona parte degli affari del Raval.
Mi chiedo perché il porta-valori abbia deciso di passare proprio di qui.
Il mio orologio mentale continua a ticchettare. Una manciata di secondi e dovrebbe arrivare, a meno che non sospettino qualcosa e abbiano cambiato strada...
Poi lo vedo. Un siluro di spesso metallo che scivola lungo la strada dissestata senza neppure sollevare la polvere. Si muove veloce nella mia direzione e per un attimo penso che ignorerà il mio ferrovecchio e mi travolgerà.
Invece si ferma.
Nell’aria immobile, lo scricchiolio di palo di ferro, piegato in due, da cui spunta ancora il cartello con il nome della via: Rambla del Raval.
Poi si scatena l’inferno.
Francisco e gli altri aprono il fuoco. Vedo i proiettili crivellare il porta-valori che deve contenere abbastanza crediti per comprare tutta Barcelona, perché adesso sono i dannati Grigi o i loro alleati a detenere la ricchezza sul pianeta. Vedo una possibilità che l’attacco così ben pianificato funzioni.
Ma poi vedo la raffica di plasma che si avventa sull’edificio dove si trovano i miei compagni.
Mi copro il volto con una mano, ma avverto comunque il calore della vampata che mi ustiona la pelle e mi ruba l’aria dai polmoni. Tossendo, scivolo fuori dallo sportello, dalla parte opposta del campo di battaglia, e mi getto a terra. Sotto le ruote del mio furgone, vedo che la via trasformarsi in un inferno e, oltre i fumi, le sagome che scendono da un secondo blindato impugnando fucili al plasma.
Adesso capisco perché il porta-valori è passato di qui.
È una trappola.
La polizia dei Grigi continua a sparare senza pietà. Il boato delle loro armi si mischia al fragore dei tetti che crollano. Mi chiedo se gli altri ce l’hanno fatta, ma nei miei sedici anni di vita ho imparato qualcosa dei Grigi: sono bravi a ripulire ciò che li infastidisce.
Sono di nuovo al posto di guida senza rendermene conto, il piede premuto sull’acceleratore. Il ferrovecchio tossicchia, poi fa un balzo in avanti. La scena infernale scivola alla mia sinistra e viene sostituita dalle vecchie case del quartiere che scorrono veloci, sempre più veloci, mentre premo il pedale a tavoletta e stringo lo sterzo fino a farmi male.
Solo molto più tardi, quando ho già lasciato il vecchio furgone troppo riconoscibile e sono lontana dalla polizia dei Grigi quanto da Francisco e la sua banda, sempre che esista ancora, le mie labbra si curvano in un sorriso.
È stata l’ultima volta.
Sono libera.
http://www.wizardsandblackholes.it/?q=colpogrosso
Questione di sopravvivenza
di Irene Grazzini
Se c’è una cosa che ho sempre odiato sono le stazioni. Ferroviarie, navali, spaziali, non cambia molto. Sono i posti in cui è più facile lavorare, ma anche dove è più facile essere beccati da qualche poliziotto umano zelante, se sei fortunato, oppure dalla guardia armata dei Grigi. E allora non sei fortunato, affatto, perché quei bastardi di alieni spelacchiati non hanno alcun rispetto per gli umani. Hanno colonizzato la Terra solo da qualche decennio e già si comportano come i padroni assoluti. Forse lo sono. E noi dobbiamo rimboccarci le maniche per sopravvivere.
Beh, modestamente, io me la cavo abbastanza bene.
Mi faccio largo sotto l’immenso edificio senza pareti, formato da pilastri di ferro e un tetto di lastre di vetro incrinate in più punti. Tutt’intorno ci sono i turbo-treni, in attesa di decollare sui binari verso le loro destinazioni. È molto più grande di Barcelona Sants, dove anni fa Francisco mi mandava ad alleggerire i viaggiatori. Mi piaceva farlo, soprattutto se si trattava di Grigi. Che male c’è a rubare con loro, dato che ci hanno rubato il pianeta?
Numeri e nomi scorrono veloci sul pannello luminoso a lato dei binari. Numero 6, leggo attraverso i miei occhiali scuri. Poi lo noto.
Soltanto un movimento. Nervoso. Sospetto.
Mi volto lentamente verso l’uomo che ha attirato il mio sguardo. Sì, sicuramente un umano: non troppo alto, una zazzera di ricci scuri e la pelle abbronzata dal sole. E l’aria di chi sta per combinare qualcosa.
Di solito non mi impiccio degli affari altrui, ma questo “qualcosa” potrebbe scombinare i miei piani. Capisco di aver visto giusto quando l’uomo si aggiusta la giacca di eco-pelle, una giacca troppo pesante per la temperatura estiva di questo posto, e si dirige a passo svelto verso il gruppo di Grigi che sta salendo sul mio stesso treno.
Esito un attimo. Primo: non ho alcuna simpatia per i Grigi. Secondo: non posso intervenire in prima persona, è troppo rischioso. Mi farebbero domande a cui non ho alcuna voglia di rispondere.
Ma devo prendere quel treno.
Con un sospiro, do di gomito alla compunta signora che mi sta passando accanto e, con aria preoccupata, indico l’uomo.
– Mio Dio, quello ha una bomba – dico.
Perplessità, stupore e terrore. È incredibile come le emozioni possano mutare così in fretta sulla faccia della gente. La signora, come previsto, non si cura neppure di guardarmi per bene. Si porta le mani alla bocca e grida a squarciagola: – Una bomba!
Basta questo a scatenare il panico. La folla ondeggia, le grida si moltiplicano. Sopra le teste, scorgo ancora l’uomo: si è accorto di essere stato scoperto. Il disappunto si trasforma in feroce determinazione mentre si getta verso i Grigi, le mani che scivolano sotto la giacca...
La Polizia Grigia compare quasi dal nulla. E mi ricorda perché non mi piacciono le stazioni.
L’onda d’urto dei fucili colpisce l’uomo alle spalle, facendolo crollare sul pavimento in eco-cemento. Cerca di risollevarsi, ma la gabbia elettrica lo tiene ancorato e scintille di luce frizzano dolorosamente intorno a lui. Sotto la giacca ormai aperta intravedo il luccichio metallico delle bombe che portava alla cintura. Poi i poliziotti gli sono addosso e non vedo più nulla.
Approfittando della confusione, sono già sul treno prima che la signora compunta si riprenda abbastanza da guardarsi intorno e cercare la bella donna mora che con il suo avvertimento ha evitato una strage.
Non l’ho fatto certo per salvare i Grigi.
Questione di sopravvivenza, appunto.
http://www.wizardsandblackholes.it/?q=colpogrosso
La violenza della Luce
di Chiara Zanini
La processione della festa della Luce era quanto di più tedioso esistesse al mondo. Ma così andava avanti da secoli, e di certo lui era l’ultima persona che potesse farsi avanti e reclamare che venisse modificata qualche parte della funzione.
Così, Rahel si limitò a raddrizzare il busto e osservare i movimenti flessuosi di un gruppo di Bannyi, le donne dalla pelle verde bosco, che salivano i gradini del tempio con un’eleganza naturale che avrebbe potuto far perdere la testa a più di un Baizaan.
Ma non a lui. Lui aveva occhi solo per una persona.
Chiuse le palpebre per un momento, lasciando che ogni emozione scorresse via dal suo corpo. Era la sua caratteristica, no? Farsi scivolare tutto di dosso, mantenere la pacata tranquillità dell’acqua che fluiva dentro di lui.
Funzionò, almeno per qualche istante.
Quando riaprì gli occhi c’era una manciata di Kenàti, davanti all’entrata del tempio, che camminava con passi pesanti: pareva quasi che da un momento all’altro avrebbero assunto la loro forma di albero e si sarebbero radicati nel lastricato della piazza.
Non erano certo loro a impensierirlo. Era la schiera di Baizaan alle loro spalle, piuttosto, che li superarono e balzarono sui gradini con la loro innata spavalderia. Uno di loro era così su di giri da non riuscire nemmeno a trattenere le sue fiamme interiori, tanto che la pelle nuda delle braccia esalò un filo di fumo.
Era il caso di fermarli e impedire loro di partecipare alla funzione? No. Tutto sommato sembravano a posto, perfino più tranquilli del solito.
Rahel lanciò un’occhiata a suo fratello Fadel, ritto in piedi dall’altra parte del portale. La sua agitazione era evidente: la pelle bluastra aveva assunto una sfumatura color cobalto, e l’acqua che era dentro di lui pareva infuriare nel suo corpo a tal punto da rischiare di sfondare la pelle e scrosciare all’esterno.
“Controllati,” gli ordinò Rahel, con tutta la calma di cui era capace.
Sapeva che avrebbe eseguito il suo ordine, come sempre: suo fratello era un’anima gentile, incapace di fare del male a chiunque malgrado la sua carica di Protettore della Prima Sacerdotessa. Come si aspettava, si limitò a deglutire e dardeggiare gli occhi qua e là, ma non mosse un muscolo mentre i Baizaan gli sfilavano davanti e fino a quando l’ultimo dei Kenàti non ebbe oltrepassato la soglia del tempio.
Non c’era più nessuno nella piazza, ormai. Era ora di entrare, e glielo confermò l’arrivo della Terza Sacerdotessa, che si avvicinò quasi fluttuando sul pavimento con il suo incedere solenne e gli rivolse a malapena un cenno altezzoso del capo.
Rahel si mise sull’attenti e annuì, poi, all’unisono con suo fratello, chiuse le porte. Avevano ripetuto gli stessi gesti talmente tante volte, negli anni, che erano sincronizzati fino al più piccolo battito di ciglia.
Percorse la lunga navata laterale facendo risuonare i tacchi dei propri stivali a ritmo con quelli di Fadel: la massa di fedeli raccolta in ginocchio era così silenziosa che quello pareva l’unico suono dell’intero tempio.
Raggiunse lo scranno della Prima Sacerdotessa nello stesso momento di suo fratello, che si posizionò dall’altra parte.
Raddrizzò le spalle, posò una mano sul pomello della spada rituale che teneva appesa a un fianco, restò in attesa. Come tutti.
Sapeva cosa stava aspettando ognuno di loro: di vedere la luce della Prima Sacerdotessa, lasciarsi colmare dal senso di armonia che si provava in sua presenza.
E lui?
La attendeva per tutt’altro motivo. Perché l’immagine del suo viso si era infiltrata nei suoi occhi, nel suo sangue, dentro di lui.
Non poteva più vivere, senza averla accanto.
Un colpo improvviso di sistri lo fece sobbalzare come se fosse stato colpito dalla fiamma di un Baizaan. Scosse la testa, inquieto: il suo unico pensiero doveva essere proteggere la Prima Sacerdotessa. Non, certo, innamorarsi di lei.
Sollevò lo sguardo, e il cuore gli mancò un battito. Eccola, la Prima Sacerdotessa. Di più: una dea, che incedeva tra la folla con tale eleganza che mai nessuno avrebbe potuto eguagliarla.
Era così raggiante, quel giorno, con i capelli d’oro che le scivolavano fino alla vita e l’aura di luce che zampillava intorno a lei a ogni passo, che Rahel non riuscì a reggerne lo sguardo. Si ritrovò a fissare il pavimento, seguendo a malapena con la coda dell’occhio i suoi movimenti aggraziati mentre si accomodava sullo scranno giusto accanto alla sua spalla e posava le mani affusolate sui braccioli di legno dorato.
La Prima Sacerdotessa intonò il canto in onore del dio della Luce con una voce così pura che, per un momento, Rahel dovette appoggiare la schiena alla parete per non crollare a terra.
Che razza di comportamento era quello? Di sicuro non quanto richiesto a un Protettore.
Scosse la testa, si costrinse a ritrovare la concentrazione. Lanciò un’occhiata ai volti dei sudditi inginocchiati nel tempio: avevano tutti un’aria rapita mentre invocavano il dio, chi a occhi chiusi, chi con le mani giunte, chi raccolto su se stesso a capo chino.
Ma suo fratello, dall’altra parte dello scranno… Lui non fissava in preda al fervore religioso la volta dorata del tempio ricoperta di tessere di mosaico sfavillanti di luce, né, come avrebbe dovuto, controllava che la folla se ne stesse quieta al proprio posto. E di certo non stava guardando le navate laterali per verificare che fossero sgombre in caso di pericolo, o le sacerdotesse che agitavano i turiboli d’incenso disperdendo i fumi aromatici tra i fedeli.
Stava fissando la Prima Sacerdotessa, con il volto trasfigurato da un’emozione così violenta che tutta l’acqua dentro di lui sarebbe potuta evaporare.
Rahel sentì un tuffo al cuore.
Da quel momento in poi, non riuscì più a concentrarsi su nulla. Né sui canti, né sulle danze degli officianti né sulla lunga litania delle invocazioni. Si ritrovò a lanciare occhiate sempre più frementi di tensione verso suo fratello.
E verso la Prima Sacerdotessa. La sua unica fonte di luce.
I sistri che indicavano il termine della funzione suonarono fin troppo presto, risvegliandolo di scatto dal delirio in cui era precipitato.
Serrò i pugni, quando vide la Prima Sacerdotessa alzarsi dallo scranno, sorridere alla folla, inchinarsi davanti a tutti per poi ritirarsi nella stanza più interna, quella del recinto sacro.
Era ora di darsi una mossa, controllare che i sudditi uscissero in buon ordine, richiudere le porte del tempio. Suo fratello doveva mettersi al suo fianco, come prevedeva l’etichetta.
Invece, lo vide esitare. Scuotere la testa un paio di volte, quasi nemmeno lui si rendesse conto di quello che stava per fare, avvicinarsi con una strana luce febbrile negli occhi color zaffiro. “Puoi… Puoi completare tu, il rito, stavolta?” gli chiese, con un’espressione allucinata che non era da lui. “Vorrei dire una cosa in privato alla Prima Sacerdotessa.”
Mai in vita sua Rahel era rimasto così sbalordito.
Ma cosa poteva fare? Cedere alla gelosia, attaccare il suo stesso fratello?
S’impose di ritrovare la calma, anche se sentiva un torrente di emozioni scrosciare dentro di sé. “Stai attento a non avvicinarti troppo,” disse solo.
La Prima Sacerdotessa era pura luce. Ma così potente da essere capace di distruggere.
S’incamminò lungo la navata laterale, seguendo distratto la folla variopinta che usciva dal tempio. Qualche Baizaan lo seguì con lo sguardo, ma tennero tutti le mani a posto. Dopo il rito, di solito gli animi di tutti gli abitanti di Danaa erano pacificati per un bel pezzo.
Non il suo, quel giorno.
Rahel richiuse le porte del tempio e restò per un momento immobile, fissando le sculture di bronzo senza vedere davvero quello che aveva davanti agli occhi.
Doveva sapere, non poteva resistere.
Si voltò, tornò indietro a grandi passi, consapevole di aver risvegliato la curiosità delle sacerdotesse che stavano riponendo i sistri e aspergendo i pavimenti con l’acqua di rose.
Imboccò la porticina del recinto interno senza neanche rendersi conto di quello che stava facendo. Arrivò accanto all’altare della Fiamma Perpetua e…
Eccoli lì.
Tutto a un tratto ebbe l’impressione che il soffitto gli fosse crollato addosso.
Suo fratello era inginocchiato davanti alla Prima Sacerdotessa, il viso affondato nelle pieghe delle sue vesti. La stringeva a sé con tanto fervore che pareva avesse intenzione di strapparle l’anima dal corpo.
E il volto di lei era… strano.
Non soffuso della consueta armonia, della gioia pacata e lontana da tutto che la contraddistingueva. Era trasfigurato, piuttosto: quasi animato da una gioia selvaggia che rasentava la follia.
Per un momento Rahel fu incapace di muoversi. Ma, quando vide l’aura di luce che circondava la Prima Sacerdotessa espandersi, avvolgendo suo fratello in un globo scintillante, e diventare quasi rovente, si obbligò a gettarsi in avanti.
Spalancò la bocca, cercando di lanciare un grido di allarme, ma la luce divenne così violenta da accecarlo. Lo spinse indietro, sbalzandolo contro una colonna del tempio con tanta forza da strappargli il fiato dai polmoni.
Rahel si ritrovò in ginocchio, trafitto da un raggio di potere.
Provò a riaprire gli occhi, ma non riuscì a vedere nulla.
Intorno a lui, c’era solo luce.
http://wizardsandblackholes.it/?q=alizee
Nel Nome del Peccato
di Luca Mencarelli
Gli occhi bianchi saettavano vispi lungo la pagina, balzando di parola in parola, assorbendo avidamente ogni significato intriso in quei minuti caratteri neri, come stille di conoscenza che penetravano nella sua mente imprimendovisi a fuoco. Rischiarato dalla tremolante luce di una candela, incerta ogni secondo se proseguire la sua silenziosa danza sullo stoppino annerito o sciogliersi in un singulto di fumo biancastro, Gerico era totalmente immerso nella lettura dell’antico tomo. L’alone giallognolo che lo avvolgeva degradava fino a spegnersi in un’oscurità assoluta, che cancellava i muri della stanza, donando alla scena un’atmosfera irreale, una sorta di sogno dimenticato oltre i confini dello spazio e del tempo. L’unico elemento dissonante era il fruscio delle pagine, sfogliate con gesti rapidi e accurati, al fine di preservarne la preziosa integrità, ma intrisi di una furiosa impazienza.
Tutt’intorno il mondo taceva. Persino la tempesta si era placata, come a non voler disturbare gli studi di Gerico, e la fortezza aveva già smesso da molte ore di risuonare dei passi delle guardie e degli ultimi discepoli che si erano attardati nella sala delle preghiere.
Improvvisamente un soffio gelido alitò attraverso l’ampia volta rocciosa della stanza, facendo vacillare pericolosamente la fiammella. Gerico si strinse nel suo pesante mantello nero, senza staccare lo sguardo dal foglio. Una domanda fugace gli solcò l’oceano di pensieri, “quando avrà mai fine questo inverno perenne?”. Ma si era già spenta prima di potersi fissare nella mente, fagocitata da quel fiume di parole scaturito dalle pagine.
“…la piaga è il marchio del peccato, dono di nostro Signore, segno della Sua benevolenza e della nostra debolezza. Nel Nome del Peccato alziamo a Lui i nostri canti di espiazione. Maledetto colui che cancella il peccato, possa egli vivere mille inferni e bruciare in eterno tra le anime dannate…”
-Dovresti essere nella tua cella a riposare a quest’ora.- Una voce, solenne e arcana, che sembrava sgorgata dalle stesse pareti di pietra, lo raggiunse come un richiamo dall’oltretomba.
-Il male non riposa mai, come potrei farlo io?- Rispose Gerico, per nulla sorpreso, proseguendo la lettura.
-Dovresti farlo invece, o quando sarà il momento di affrontarlo ti ritroverai stanco e impotente.-
-Sarò pronto per quel momento.-
-Allora dovrai esserlo sempre. Il male non avvisa quando sta per colpire.-
-Sarò io a colpirlo per primo.-
-Eccellenti risposte. I tuoi studi stanno dando i loro frutti.-
-La conoscenza è potere, e attraverso esso noi eradicheremo il male che si annida in questo mondo.-
-È giunto per te il tempo di entrare in azione. Sei uno dei nostri migliori elementi, e abbiamo una missione che solo tu puoi svolgere. Avvicinati.-
Gerico si alzò, stagliandosi in tutta la sua imponente altezza. Aveva un fisico filiforme ma muscoloso, avvolto in una veste nera con ricami rossi, stretta in vita da una fascia bordeaux su cui era ricamato il simbolo della Santa Congregazione degli Espìanti. Si mosse leggero fino al limitare dell’oscurità, inginocchiandosi ai piedi della figura nascosta tra le tenebre.
-Sono al suo servizio Maestro.-
-Ci è giunta voce che un nuovo curandero ha intrapreso il suo viaggio. Il tuo compito è inseguirlo, braccarlo, catturarlo e scoprire il luogo in cui è diretto. È di vitale importanza che tu ottenga quest’informazione, ne va della sopravvivenza dell’Ordine e del mondo stesso.-
-Non la deluderò Maestro.-
-Ne sono certo. Conosci bene quale sarebbe la tua punizione in caso di fallimento.-
-Quali sono i suoi comandi?-
-Raduna le tue cose, partirai domani all’alba per le terre dell’ovest. Ti forniremo una scorta, e ovviamente avrai l’appoggio di tutti i centri della Congregazione sparsi sul territorio.-
-Abbiamo qualche notizia sul curandero?-
-Non molte. Il tuo compito sarà anche di raccoglierne altre. Adesso vai in pace, e che il tuo fardello ti accompagni.-
-Possa io soffrire per tutti i miei peccati.-
Così come repentinamente era apparsa, l’ombrosa figura si dissolse lasciando Gerico da solo. L’inquisitore sogghignò, leccandosi con la lingua guizzante le labbra viola e livide. La caccia aveva inizio.
http://www.wizardsandblackholes.it/?q=ilcurandero
La gloria degli Ascarot
di Luca Mencarelli
Perché si trovava lì? Per la gloria? Per il denaro? Per l’abbraccio voluttuoso delle ragazze che lo attendevano in città, se fosse riuscito a tornare? Abenor deglutì, sforzandosi di pensare ai loro corpi sinuosi che lo accendevano di desiderio e alle monete tintinnanti che cadevano nella sua mano. Poi serrò il pugno sull’elsa della spada, e la sensazione del ferro amico riuscì ad infondergli un po’ di coraggio, ricordandogli perché si trovava lì.
La marcia era stata lunga e faticosa, e la pesante armatura ribolliva sotto il sole cocente. Ma finalmente erano giunti a destinazione. Una poderosa armata di uomini valorosi e forti era pronta a scendere in battaglia nella vallata. Di fronte a loro stava la porta, possente ed arcana, a protezione del varco tra le montagne di Godard, e al di là di essa la misteriosa terra degli Eolin, strabordante di ricchezze e meraviglie. Se non fosse stato per quella dannata porta…
Abenor alzò gli occhi verso l’enorme pietra di ametista. Su di essa erano scolpite parole fumose, un invito e un monito per tutti i temerari che avessero osato tentare di superarla.
Non c’è nulla al di là di questa porta
Solo chi muore può entrare a patto che continui a respirare
Cosa significava? Come si può morire continuando a respirare? Abenor non lo sapeva, e tutto sommato non gliene importava poi molto. Quando avessero distrutto l’entrata e fossero penetrati nei territori degli Eolin lo avrebbero chiesto direttamente a loro. A patto che ne rimanesse qualcuno da interrogare dopo il massacro…
Il suono roboante e crescente di un corno accarezzò i morbidi declivi erbosi che circondavano la valle. Era il segnale dell’attacco. Abenor si calò la visiera dell’elmo sul viso e inspirò profondamente. Prima di lanciarsi contro il nemico infilò la mano tra la corazza e la cotta di maglia, estraendo un ciondolo che teneva appeso al collo.
-Questo amuleto apparteneva a mio padre, e a suo padre prima di lui. Si tramanda da generazioni nella nostra famiglia e adesso voglio che sia tuo. Al suo interno è racchiusa una magia molto antica e potente, che ti proteggerà da qualsiasi male.- Erano state le parole di suo padre quando glielo aveva donato, prima di partire anch’egli, molti anni prima sotto il regno di re Hhasi I, verso quello stesso campo di battaglia, doveva aveva trovato la morte. Da allora aveva giurato che lo avrebbe vendicato, per l’onore della nobile famiglia Ascarot. Dopo la scomparsa del genitore l’intero casato era caduto in rovina, e lo splendore passato si rispecchiava ormai solo sui lineamenti fieri del suo volto, sulla sua chioma dorata e sul suo corpo scolpito. Sua madre e le sue sorelle conducevano una vita misera, costrette a lavori ignobili per pochi soldi e a mendicare un tozzo di pane. Che destino insopportabile per chi una volta si era trovato ai vertici della nobiltà!
Ma lui avrebbe sconfitto gli Eloin, conquistato le loro terre e riportato gli Ascarot ai fasti di un tempo. Chissà, magari avrebbe potuto puntare anche più in alto, al trono stesso… Tutti sapevano che re Amdir II era un folle incapace, e forse il regno avrebbe beneficiato di un nuovo sovrano…
Ora però non c’era tempo per perdersi in simile fantasie, la battaglia era iniziata, e già lo stridio delle spade che cozzavano tra loro si levava tra le grida dei soldati. Abelor lanciò un urlo di guerra e si gettò nella mischia.
Ma l’impeto si arrestò quando vide apparire di fronte a sé la sagoma torreggiante di uno dei quattro guardiani. I suoi compagni, più avanti, cadevano come fuscelli spazzati dalla tempesta sotto i movimenti rapidi e letali della creatura, mentre una pioggia di sangue mulinava tutt’intorno. D’un tratto la paura tornò a bussare alle porte del suo animo, sciogliendo in un istante i suoi sogni di fama e ricchezza.
Mentre sentiva il suo cuore schizzare via dal petto Abenor si chiese con l’ultimo barlume di coscienza perché l’amuleto non lo avesse protetto. Non poteva sapere che nessuna magia poteva salvarlo dal male che albergava in lui stesso.
http://www.wizardsandblackholes.it/?q=gliuominidoro.