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Il Ciondolo

di Marco Barbaro

Frankie rimirò attentamente il ciondolo.
Le sue belle trame dorate e i ghirigori del prezioso metallo, quasi nascondevano la piccola fessura al centro, in cui bastava infilare la punta di uno spillo perché d'incanto apparisse un orifizio conosciuto. Un connettore stereo.
Canaglia di un Jack. Questo gingillo é degno di una spia!
Frankie indossò gli auricolari, ma mentre volgeva le spalle al portone barrato del gigantesco ponte, improvvisamente avvertì dentro di sé un grande senso di vuoto e di angoscia.
Forse perché non sapeva dov'era l'amico o forse perché il silenzio che era calato d'improvviso nella vallata era qualcosa di realmente opprimente.
All'unisono era come se tutti gli uccelli, i grilli, i gufi, i lupi, ma persino lo scrosciare dei torrenti, gli scricchiolii dei rami, e i mille echi della montagna fossero stati zittiti tutti d'un colpo.
Ma chi? O da cosa?
Roba da farmi andar via di matto, pensò Frankie rabbrividendo e soppesando il gioiello.
In quella quiete improvvisa quanto innaturale un trillo, proveniente dalla radio del Grand Cherokee, sembrò riportarlo per un attimo alla normalità.
"Centrale? Siete voi? Qui non ho trovato nulla. Passo."
Dall'altro capo della conversazione seguì una voce disturbata da un suono stridente e assordante.
Qualcosa che lo fece ripiombare in un senso di smarrimento assoluto.
Non tanto per il timbro che senza ombra di dubbi gli ricordava Jack, né tantomeno perché tutto intorno la tetra vallata sembrò rianimarsi subito dopo, guidata da un interruttore invisibile.
Gli parve di udire grida, echi di richiami gutturali, che sembravano voler rispondere alla sua domanda iniziale.
Quasi a burlarsi di lui, che ora tremava senza contegno, mentre ripensava a ciò che gli pareva di avere appena udito tra uno scroscio e l'altro della comunicazione.
"Aiutami Frankie... solo pochi passi per favore... trova un modo per oltrepassare quel ponte..."
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Il fascino dell'infinito

di Andrea Schiavone

Doveva essere una tranquilla escursione tra amici.
Si rivelò invece il giorno che avrebbe segnato per sempre il mio destino, condannandomi all’immortalità.
Tutta colpa di Giulio, del suo incontenibile entusiasmo, o forse di Francesca, del suo fascino e del magnetismo del suo sguardo a cui non riuscii mai a negare nulla, nemmeno quel viaggio nelle desolate foreste del Cilento.
Ma è inutile trovare colpevoli, perché, dopotutto, le cause che mi spinsero maggiormente verso il fatale incontro furono il mio desiderio d’avventura, la mia istintiva curiosità e la mia debolezza.
Quando ci inoltrammo in quella natura incontaminata, percorrendo i margini del fiume dalle acque limpide e gelate, un’energia sconosciuta incominciò a pervadermi. Si accresceva in me un senso di beatitudine e di terrore al contempo, come il risveglio imprevisto di forze sopite, familiari e incontrollabili.
La visione della creatura avvenne ai piedi dell’incantevole cascata, che in futuro appresi essere chiamata Capelli di Venere dalla gente del luogo. Tra i flutti spumosi e le conche rocciose di quell’oasi sublime, si materializzò ai nostri sguardi stupiti la figura più sensuale mai vista. La sua bellezza nascondeva però un’aura di minacciosa enigmaticità. Sapevo che era lì per uno di noi. Uno soltanto. E la sua voce evanescente e musicale confermò i miei pensieri, soffiandoci il suo invito seducente ad unirci a lei, promettendoci un prezioso, incommensurabile dono che avrebbe reso quell’unione eterna.
La pietra era ai miei piedi, ricoperta di muschio e inumidita dagli incessanti fiotti della cascata. Si sarebbe macchiata ben presto del sangue di Giulio e Francesca. I loro corpi scomparvero all’orizzonte, trascinati dalla corrente quieta del fiume.
La colpa di quel crimine mi perseguita e mi tormenta, come un calvario inevitabile, il prezzo del successo e dell’immortalità. Ma nonostante le mie immense ricchezze e la mia notorietà, so che non riuscirò mai a liberarmi da quella colpa. Un ricordo che sono condannato a non dimenticare mai, nemmeno nell’oblio della morte.

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La Scelta

 di Franky Kaone

L'aereo stava viaggiando a diecimila metri di quota sopra il deserto quando il comandante annunciò ai viaggiatori che sarebbe iniziata la discesa verso   l'aeroporto di Tamanghasset, dove sarebbero atterrati fra trenta minuti.  Madù stava pensando alle sei ore di viaggio nel deserto che l'aspettavano una volta uscito dall'aeroporto per raggiungere il suo villaggio natale. In effetti il suo nome completo era Mamadù Shafei Al Mokki ed era un astrofisico cosmologico, ma i colleghi dell'EASA lo chiamavano Madù, da quando era stata cosi battezzata, in suo onore,  un stella binaria a raggi X, che lui aveva individuato.
Una stella binaria è in genere composta da due stelle che ruotano attorno ad un comune baricentro, e non sempre le due stelle risultano visibili ad occhio nudo dalla Terra. Dipende dalla loro luminosità e dalla loro densità.
Maggiore è la densità di una stella, maggiore è la sua forza di gravità; quindi maggiore è la forza che trattiene tutto ciò che vuole  uscire dal suo campo gravitazionale: luce compresa. Perciò, a parità di luminosità e distanza dalla Terra, la luce di una stella molto densa ci giunge più fioca di quella proveniente da un'altra meno densa. 
Quando la densità  di una stella è talmente forte da non permettere neanche alla luce di sottrarsi alla forza di gravità, ci troviamo di fronte ad una 'stella nera', non visibile, ma identificabile dagli astronomi tramite tecniche indirette. Per questo è anche considerata una specie di Buco Nero, privo dell'orizzonte degli eventi.
Quando una stella di questo tipo ruota attorno ad ad un baricentro comune con una stella di media densità, una piccolissima quantità di gas di quest'ultima si trasferisce verso la stella nera e questo spostamento genera l'emissione di raggi X. Per questo il sistema stellare viene definito: stella binaria a raggi X; o più semplicemente: binaria X.
Madù, contrariamente ai desideri del nonno che lo voleva avvocato o economista, si era dedicato allo studio della cosmologia per dirimere un mistero che lo assillava da tempo. Nel villaggio nativo si tramandava dalla notte dei tempi una leggenda secondo la quale la nascita del genere umano era dovuta a degli Dèi provenienti dalla stella Zeta Cigny: un luogo dove risplendevano due Soli. 
Come facevano i suoi antenati a sapere che Zeta Cygni fosse una stella doppia se la presenza della seconda stella era stata scoperta solo grazie al telescopio Hubble lanciato nello spazio nel 1990? Anno nel quale suo nonno, capo del villaggio, lo aveva spedito in Francia, con la madre e due sorelline, dopo che era rimasto orfano del padre morto in un incidente durante la caccia al muflone.
Il nonno aveva viaggiato e conosciuto l'Occidente, per questo voleva che suo nipote, legittimo erede alla carica di capo del villaggio, ricevesse un'adeguata istruzione.
Madù era vissuto, prima a Clermont Ferrand e poi a Parigi, dove si era laureato alla Sorbonna con il massimo dei voti. Pur non essendo mai ritornato al villaggio, i rapporti con il vecchio familiare non si erano mai interrotti. 
Ora il nonno, ormai vecchio e malato, voleva che il nipote ritornasse a Mokka per rivederlo. Madù immaginava bene  la vera ragione di questa chiamata e la cosa non lo entusiasmava per niente, ma non poteva negare a quel vecchio, grazie al quale era potuto diventare uno stimato cosmologo, un ultimo abbraccio. Lui non aveva nessuna intenzione di lasciare il suo lavoro, pensava che in qualche modo sarebbe riuscito a convincere il vecchio a designare, quale successore nella carica  di capo villaggio, il marito di sua sorella Adila. Adila infatti era rimasta in Francia solo  cinque anni, poi era rientrata a Mokka dove aveva sposato il figlio di un agiato mercante. Anche Nadir, questo era il nome di suo cognato, si era formato in occidente; si era laureato all'Università per Stranieri di Perugia, e probabilmente non avrebbe disdegnato quella carica.
Madù giunse al villaggio che era ormai sera, e rimase imbarazzato dall'accoglienza calorosa che gli era stata preparata. Era stato allestito un regale banchetto al quale erano state invitate tutte le autorità  e le famiglie più importanti del villaggio. L'impaccio cresceva a mano che i presenti si presentavano a lui per porgere i loro  rispettosi saluti; sembrava proprio il preludio di un solenne annuncio quale poteva essere l'investitura ufficiale dell'uomo designato alla futura successione nella carica di capo del villaggio. 
Madù stava pensando che quel vecchio furbacchione aveva preparato proprio tutto nei minimi particolari. Il fatto che  tutto il villaggio si mostrasse, senza palesarlo apertamente, fiducioso e pieno di aspettative nei suoi confronti, stava minando la certezza di riuscire a fare prevalere i suoi propositi.
Alla fine della cena il nonno lo chiamo in disparte:
- Amato nipote,  devo parlarti di una cosa importante - gli disse. Poi rivolto agli invitati aggiunse - Scusate se devo sottrarvi mio nipote, ma ve lo restituirò fra non molto.
Poi pose un braccio attorno alle spalle di Madù ed uscirono all'aperto. L'umidità accumulata durante il giorno si stava depositando sull'erba del giardino e sulle foglie dei cespugli di palma, rendendo la notte piacevolmente fresca.  Madù stava studiando le parole giuste da usare per osteggiare la proposta che il nonno si accingeva ad esporre. Voleva  evitare di ferirlo nei suoi sentimenti più cari. Il nonno stava scrutando le migliaia di stelle che l'aria tersa aveva reso nitide e luccicanti nel cielo, quando  disse:
- Guarda nipote, tu sai che i nostri progenitori provenivano da quella stella luminosa che si trova la... al centro della costellazione del Cigno...
- ...e che, secondo la leggenda, abitavano in un luogo dove splendevano due Soli -disse Madù concludendo la frase iniziata dal nonno.
- Ma non è una leggenda, è la verità!
- La verità è che la scienza ha scoperto solo da pochi anni che esistono i due Soli. Come facevano i nostri antenati a saperlo?
- E' di questo che debbo parlarti!
- Di questo! Esclamo Madù visibilmente sorpreso, ma lietamente sollevato.
- Si, nipote! E' ora che tu sappia perché ho fatto in modo che diventassi quello che sei.
- ...Quello che sono...?...ma no preferivi che diventassi avvocato...o...economista...?
- No! Era il Cosmo che dovevi imparare a conoscere...ma doveva essere una tua scelta. Così come deve essere una tua scelta la decisione di questa sera.
- Quale decisione...?
Il nonno estrasse dalla tasca un papiro e lo srotolò sotto gli occhi interessati di Madù. Si trattava di una mappa stellare con una data: ANNO 2014 SOLSTIZIO D'ESTATE.
- ...Una ricorrenza...? - Chiese timidamente Madù.
- No, una promessa ed un appuntamento!
- ...Cioè...?
- Avevano promesso di tornare, ed io sapevo che l'avrebbero fatto!
- Come facevi a saperlo?
- Un segreto che è stato tramandato ad ogni capo del villaggio...da sempre!
- Perché sono tornati?
- Per fare conoscere ad uno di noi il loro mondo. Ed io ho fatto in modo che tu fossi preparato a questo. Ora spetta a te decidere!
http://www.wizardsandblackholes.it/?q=plioceneannozero

Visita ai nonni

di Salvatore di Sante

Tenuta di Greenwood, nei pressi di Londra, anno 1756

Jake era intento a caricare la pipa. Dopo cena era il suo rito propiziatorio per una bella dormita. Pressava dolcemente il tabacco, avendo cura di lisciarne lo strato nella maniera più perfetta possibile. Sua moglie Eva aveva spento il fuoco e stava sganciando il calderone dello stufato, quando bussarono al portone del castello.
Si scambiarono uno sguardo interrogativo e perplesso. Jake posò la pipa. - Tu resta qui, - disse staccando dalla parete una scimitarra e avviandosi. Chiunque fosse, com'era arrivato al portone? Come aveva superato il cancello?
- Ciao mamma, - le sorrise Katherine facendo il suo ingresso.
- Guarda chi ti ho portato... - esclamò Jake alla moglie, tenendo in braccio una graziosa bimbetta dai boccoli color grano e dai grandi occhi scuri.
- Ho piegato le sbarre del cancello, sai nonno, - esultò Maddy.
- Coi poteri della mamma? - chiese Jake divertendosi a pungerle il visino con la barba ormai quasi del tutto bianca.
- Nooo... - si schermì la piccola allontanando divertita le guance abrasive del nonno, - con le mani...
- Ah birbantella, allora mi hai rotto il cancello eh... - tuonò Jake in tono scherzoso.
- Dopo l'ho rimesso a posto, nonno - dichiarò Maddy orgogliosa dell'impresa.
Katherine accarezzò dolcemente la guancia della figlia.
- Hai fatto bene a passare figliola, - le disse Eva smettendo le faccende, - è un pezzo che non ci si vede.
- Nonno nonno raccontami una storia! - esclamò Maddy dondolando in braccio a Jake.
- Voleva assolutamente una storia, - sussurrò Katherine alla madre, - sono dovuta passare per forza, - sorrise.
Maddy nel frattempo si era divincolata dall'abbraccio del nonno e saltata giù lo aveva trascinato nella camera da letto per estorcergli qualche racconto avventuroso.
- Come sta la piccola, tutto bene? - domandò Eva a Katherine una volta rimaste sole. A parte qualche ruga appena accennata e vaghi sprazzi grigi tra i ricci fluenti, Eva era ancora una donna molto attraente, pensò Katherine specchiandosi negli stessi occhi verdi della madre.
- Alla sua età i miei poteri non erano così forti, - disse Katherine.
- Si è mai trasformata con la luna piena?
- No. Credo che non abbia bisogno di cambiare aspetto. E' già fortissima e molto agile.
- Le generazioni che passano... la natura che affina la sua opera... - rifletté Eva. - Lui si è più fatto sentire? - chiese poi in tono sommesso.
Katherine scosse la testa sospirando.
- Non è da tutti accettare una cosa del genere, - disse Eva. - A Maddy hai detto niente?
- Le ho detto che il babbo è in giro per mare, come faceva da giovane il nonno.
- E lui sa niente di Maddy?
- Katherine fece ancora segno di no con la testa.
- Forse ne avrebbe il diritto, non credi? E' pur sempre sua figlia... - buttò lì Eva timidamente.
- Maddy non ha bisogno di un padre così. Di un vigliacco! - sbottò Katherine. Se ne pentì subito e gettò l'occhio in direzione della camera dov'erano sua figlia e suo padre.
- Dai Kat... non so quanti sarebbero stati capaci di...
- Non gli ho detto che ero incinta. Non ho fatto in tempo: è sparito non appena gli ho confidato di me. Be' meglio così. Non lo voglio un codardo. Io e la mia bimba stiamo bene anche da sole. Adesso cambiamo discorso: voi come state?
- Cosa vuoi figlia mia... gli anni passano. Cominciamo a essere vecchiotti. Ma va bene, non ci lamentiamo. La licantropia aiuta a mantenersi sani!
Risero insieme, prendendosi le mani.
- Chissà cosa combinano quei due di là... - scherzò Katherine.
- Jake va matto per Maddy. Ogni volta che sta con lei si illumina, ringiovanisce a vista d'occhio, - disse Eva.

- C'era una volta, - iniziò Jake seduto sul letto, - venti miglia a sud-est dell'isola di Tortuga, lungo una rotta poco battuta dalle navi mercantili, una lussureggiante isoletta che i bucanieri di tutto il mondo avevano eletto a loro covo... - Maddy lo ascoltava rapita, seduta sulle sue ginocchia. - Decine di velieri vi salpavano coi cannoni scalpitanti, per farvi poi ritorno con le stive ricolme di spezie e preziosi...
- Cosa sono i bucanieri?
- E’ un altro nome per dire “pirati.”
- Come te nonno...
- Esatto piccolina. Allora, la vuoi sentire questa storia?
- Ci sono i mostri?! - domandò Maddy elettrizzata.
- Ci sono grossi scimmioni blu, lupi grandi grandi... e anche uomini d’acciaio.
- E sono cattivi?
- Molto cattivi!
- Bello! Dai nonno, racconta racconta!
- D’accordo. Ecco qui, piccolina: http://www.wizardsandblackholes.it/?q=la_caccia

- Ti è piaciuta la favola Maddy? - le chiese alla fine.
- Sì nonno, molto! Raccontamela ancora una volta!
- Per stasera basta, che si è fatto tardi e tu e la mamma dovete tornare a casa. Ma voglio dirti un segreto. Lo sai tenere un segreto, vero Maddy?
La piccola sgranò trepidante gli occhioni e si affrettò a fare sì con la testa.
Jake la fissò benevolo, per aumentarle ancor di più la curiosità. Poi si guardò intorno come per accertarsi che nessuno ascoltasse. Alla fine le si avvicinò e le sussurrò:- Non è una favola, è tutto vero. E quel pirata, il protagonista della storia, sono io.

Una recluta al poligono

di Salvatore di Sante

Le raffiche si interruppero quando entrò accompagnata dal sergente Berardi, incaricato per l'occasione di farle da istruttore.
- E quella sventola chi è? - sussurrò un agente al collega che faceva una pausa.
- La nuova arrivata. La ragazza di Jim.
- Ah. Ma li ha diciott'anni?
- Lo spero per Naspetti, ci manca solo che il commissario vada nei casini per aver arruolato una minorenne...
Guen rivolse loro un sorrisetto mentre si accomodava alla postazione e i due trasalirono come colti in fallo. Non poteva averli sentiti, non con le cuffie, erano solo bisbigli. Senza contare che nel frattempo le calibro nove avevano ricominciato a martellare.
- Aspetta, - la ammonì l'istruttore indicando un cartello dove campeggiava «È obbligatorio indossare cuffie e occhiali di protezione.»
- Gli occhiali sono solo un impiccio, - rispose Guen.
Il sergente fece spallucce. Fa' come ti pare, se ti fai male cavoli tuoi.
Prese la mira visibilmente impacciata. Al momento di premere il grilletto strappò e il colpo si perse, alzando uno sbuffo nella monticciola dietro il bersaglio.
I due che la osservavano si scambiarono un cenno ironico; Guen appariva stupita del potente rinculo. Berardi si lisciò sardonico i baffi grigi. Aveva usato una sola mano, errore da principiante: col grosso calibro a 25 metri è già difficile prenderci impugnando saldamente a due mani.
Svuotò svogliatamente il primo caricatore, in apparenza per nulla seccata che la sagoma del soldato laggiù in fondo fosse ancora intonsa, come verificò e riferì il corpulento sergente munito di binocolo. Ricaricò, armò la pistola e riprese posizione.
- Non così, - la schernì Berardi. Le prese le mani nelle sue, che sembravano due rugose palette da neve. - Non è una 22. La mano debole deve fornire uguale supporto per sorreggere l'arma in modo sicuro. - Si atteggiava a grande esperto mentre incombeva sull'aggraziata silhouette di Guen. - Polsi dritti per assorbire il rinculo, pollici uno sopra l'altro e bloccati verso il basso. Ecco, così. - E le si avvicinò ancora un po', distendendole le braccia e portandosi dietro di lei, quasi a sfiorarle i fianchi. - Ecco... adesso sei pronta a far fuo...
Con un guizzo inaspettato Guen si divincolò dalle grinfie dell'omone ed estrasse il caricatore. Berardi rimase di sasso. I due curiosi seguivano la scena divertiti.
Guen scarrellò la Glock 17T e con scatto felino intercettò al volo l'ultimo colpo, quello in canna. Fissando l'istruttore con ghigno beffardo appoggiò la pistola sul banco e mise la pallottola sul palmo della mano. Sorridendo schiccherò il proiettile che scomparve fischiando.
Dopo un attimo di esitazione il sergente puntò il binocolo sul soldato di carta. Adesso aveva un unico foro, proprio in mezzo alla fronte. Berardi farfugliò qualcosa senza riuscire a dare alla frase un senso compiuto, mentre Guen soddisfatta si dirigeva verso l'uscita ancheggiando con un pizzico di malizia. Passando davanti ai due fece loro l'occhietto, prima di lasciare le cuffie su un tavolino e richiudere dietro di sé il massiccio portone di ferro.
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