L'intoppo
di Irene Grazzini
Nina e Mima erano a lavoro come sempre quando successe l’intoppo.
Così almeno lo aveva chiamato nonno Navarro. Nina e Mima non avrebbero trovato una definizione calzante. Forse non avrebbero trovato una definizione e basta, visto che non erano mai andate all’Accademia Spaziale a studiare - era roba per ricchi, quella! - e sapevano scrivere a malapena il loro nome, impugnando la penna come se si trattasse di un cacciavite sonico. Niente di cui stupirsi, dato che da quando erano state in grado di camminare nonno Navarro le aveva portate con sé alla bottega o ad aggiustare i motori delle astronavi. Così le due gemelle erano cresciute tra brugole, serbatoi unti e reattori al plasma. Cresciute era il termine adatto, perché erano entrambe alte e robuste come portelloni a due ante, con le lunghe trecce color paglia da taglialegna della luna boschiva di Dendrin. Loro li spaventavano, gli uomini, e nonostante gli sforzi del nonno ancora non avevano trovato un aspirante marito che se le sorbisse. Meglio se ricco, diceva Navarro. Ma fino a quel momento, dovevano tutti e tre lavorare solo per guadagnarsi il pane.
Così quella mattina, sotto la supervisione della Capa - Soledade o qualcosa del genere, ma era difficile ricordare nomi così complessi - Nina e Mima stavano salendo sulla vecchia astronave da smontare, quando videro che c’era qualcosa di strano.
Per l’esattezza, lo sentirono.
– Layra, e adesso cosa accidenti pensi di fare? – stava dicendo una voce femminile e beffarda – Ci hai cacciate nei guai come al solito!
– La stai facendo più grave di quello che è – protestò un’altra voce di donna.
– Dici? Dovevamo solo rubare un’astronave per togliere il disturbo alla chetichella, e adesso invece rischiamo di trovarci addosso l’intero esercito del nobile Caesar!
Un sospiro.
– Rilassa i circuiti, Black, per ora ce ne stiamo nascoste qui... e poi inventeremo qualcosa, come sempre!
Le voci in questione, molto concitate, provenivano da sotto i loro piedi. Nina e Mima si scambiarono un’occhiata perplessa e impiegarono un bel po’ a capire che non si trattava dell’intelligenza artificiale dell’astronave, con un improvviso disturbo di personalità, ma che c’era qualcuno nascosto nella stiva. Una volta raggiunta questa conclusione, si armarono di cacciavite e sparachiodi e, dopo un cenno di intesa, spalancarono il boccaporto.
Quello che si trovarono di fronte, però, le lasciò senza fiato.
Davanti a loro stavano due ragazze in uniforme. Pur non avendo mai messo piede all’Accademia, Nina e Mima non ebbero difficoltà a riconoscere la divisa della Capitaneria dello Spazio. Una di loro aveva i capelli trasformati in una cresta rossa fiammante e numerosi orecchini a forma di croce. E la cosa ancora più strana era che con loro, addormentato in un angolo della stiva, c’era un dio. Beh, cos’altro poteva essere quella creatura con il fisico scolpito e la pelle di alabastro?
Le due intruse trasalirono accorgendosi di non essere più sole. Quella più alta, con il berretto da capitano, per un attimo ebbe un’espressione quasi colpevole, poi vedendo che si trattava soltanto di due ragazzotte dall’aria spaesata si raddrizzò.
– Buongiorno – esclamò con tono autorevole – Sono il capitano Layra Sentinel e mi trovo costretta a sequestrare questa astronave!
– Sì, e io sono il principe d’Egitto – borbottò la sua compagna, ma a voce troppo bassa perché le gemelle potessero sentirla, sempre che sapessero cos’era l’Egitto.
Nina e Mima, tutte emozionate perché era la prima volta che vedevano un capitano da vicino, non capirono bene quello che successe in seguito. Erano arrivati prima la Capa Soledade e poi nonno Navarro, che si erano messi a confabulare con le due intruse, indicando di tanto in tanto il dio addormentato. Un sacco di chiacchiere noiose, poi il nonno, sfregandosi le mani con aria stranamente soddisfatta, aveva annunciato che c’era stato un intoppo e che non c’era più bisogno di smontare la vecchia astronave.
Anzi, sarebbero decollati a breve.
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