I Signori della Caccia

L'ultimo saluto

di Salvatore di Sante

Reame di Geamar

Non aveva più nessun parente che potesse partecipare, ma in compenso c'erano tutti, gli alunni della sua classe.
Centosettantadue anni non erano pochi, nemmeno per uno stregone del suo rango. Se n'era andato coi colori della primavera, la stessa stagione che l'aveva messo al mondo e che gli aveva infuso la dolcezza delle sue brezze. Stormi di Pterfoi solcavano il cielo terso e sembravano volergli rendere omaggio con le loro grida. Jacob questa volta non si lasciò distrarre dai possenti sauri, come spesso accadeva durante le lezioni; il troll continuò assorto a scavare la buca, svettando con la sua mole sul gruppo dei presenti.

Aveva chiesto di essere seppellito accanto alla moglie Sandra, sotto una quercia poco distante dalla loro casetta. L'aveva piantata lui stesso, quella quercia. - Una vita accompagna una vita; una vita veglierà su un'altra che si spegne... - era solito dire.
Thearyn chiuse gli occhi per stabilire un contatto.

In quel momento, alla tenuta di Greenwood, nell'anno 1761...

La famiglia era riunita a tavola e la conversazione filava sull'onda del buonumore. L'abbondante stufato e l'amabile vino rosso lusingavano lo stomaco e scioglievano la lingua. D'un tratto Katherine si irrigidì e rimase come paralizzata, con un'espressione spaesata sul volto.
- Che hai Kat? - esclamarono con apprensione Jake ed Eva, all'unisono. - Stai male figliola?
La piccola Maddy, con un groppo in gola, osservava la mamma bloccata in quella posa innaturale.

Per fortuna durò solo qualche istante. - Thearyn ci chiede di andare, - annunciò Katherine come risvegliandosi di colpo da uno stato ipnotico. - Hoguar. - Fece una pausa. - E' morto.
Jake sentì il suo cuore saltare un battito. I muscoli di tutto il corpo si sciolsero come il getto di una cascata a strapiombo; perse la presa e il bicchiere rotolò sul tavolo spargendo il liquore.
Eva sgranò gli occhi e deglutì. Provò a dire qualcosa. Le parole si arrampicavano per la gola ma evaporavano appena oltre le labbra.
Sapevano però cosa dovevano fare. Si presero tutti per mano, includendo nella catena anche la piccola Maddy: non poteva rimanere sola, nonostante le circostanze fossero poco adatte a una bambina.

Reame di Geamar, qualche istante dopo...

- Alportas ilin tie kun ni(1) - Thearyn sussurrò la formula e la famiglia Robinson al completo si materializzò a pochi passi dal gruppo. Subito un mormorio cominciò a serpeggiare tra gli ex-alunni di Hoguar: - Allora è lui... il pirata licantropo... Thearyn era con loro... le donne chi saranno? Boh... una la moglie, l'altra la figlia magari... e la bimba?
Quando Maddy guardò quelle persone, per l'emozione venne investita da un turbine di pensieri e stralci di visioni. Spaventata artigliò la gamba di Katherine, mentre scene convulse le si accalcavano davanti agli occhi, incorporee, come sospese nella nebbia.
- Va tutto bene, non preoccuparti. Calmati e respira a fondo, - la rassicurò la mamma che aveva intuito la situazione. - Controlla il flusso...

Jake salutò gli astanti con un gesto che li abbracciava tutti e presentò brevemente la moglie Eva, la figlia Katherine e la nipote Maddy. Si avvicinò al vecchio amico adagiato su un letto di rose e foglie. Si inginocchiò e gli prese la mano. Hoguar sembrava sereno, pervaso dalla sua solita, calma saggezza.
Jacob aveva terminato e attendeva appoggiato alla vanga, asciugandosi la fronte con la manica della camicia. Una lacrima scese lentamente fra la barba del vecchio pirata, ormai persino più bianca di quella di Hoguar. Infine Jake si alzò e si diede un contegno. Tutti i presenti, Thearyn in testa, aspettavano le sue parole.

- Ciao, amico mio, - iniziò Jake. - Adesso riposi beato all'ombra di questa quercia, che ti custodirà in eterno. Ma proprio come questa quercia veglia ora sulla tua vita, tanti anni fa tu vegliasti sulla mia. Combattesti al mio fianco. Tu e Thearyn mi avete salvato. Grazie a voi ho potuto farmi una famiglia. - Eva e Katherine rimasero serie, la piccola Maddy sorrise. - Ci siamo conosciuti in circostanze tragiche, - riprese -  ma da allora è nata una grandissima, fantastica amicizia. Ciao, coraggioso, leale e saggio amico mio. Un giorno ci ritroveremo...

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(1) In lingua esperanto significa «Portali qui da noi».

 

Ciao, Jake!

di Salvatore Di Sante

Il vecchio bimotore rollava come se i bulloni dovessero staccarsi da un momento all'altro. Le eliche solcavano il cielo con fracasso d'inferno; a Giulio sembrò quasi una mancanza di rispetto verso quell'incantevole panorama. D'altronde era Marco l'appassionato e l'esperto di aerei (e di motori in genere).
- Ehi, - aveva esclamato una mattina entrando come una furia nella falegnameria. - Ma tu lo sai quanto vive un licantropo?
Bella domanda. In effetti... Giulio arrestò la sega circolare con un'espressione perplessa dietro gli occhiali protettivi.
Il suo amico nonché socio aveva ragione. Jake era indietro di quasi 300 anni ma forse era ancora vivo: loro erano sempre pervasi da un vigore insolito e prepotente, in ogni momento della giornata. Una vitalità strabordante li accompagnava ovunque: nel lavoro, nei passatempi, negli sport, in ogni cosa che facevano, come un sottofondo costante.
Avevano quindi deciso, sulle ali delle ferie d'agosto, dell'entusiasmo e di quel Cessna decrepito (cui Marco si era dedicato negli ultimi cinque anni come un alchimista con la ricerca della pietra filosofale), di far rotta verso l'Isola della Scimmia.

                                                                          ***

- Cavolo, adesso dove atterriamo? - sbottò Marco urlando a squarciagola nel tentativo di sovrastare i motori.
Be' certo, l'isola era molto cambiata dal 1724, dai tempi della Caccia. Schiere di scintillanti alberghi tutti vetro e acciaio avevano rimpiazzato anche l'ultimo sbuffo di verde e marciavano fin quasi alla battigia. Una farinosa lingua beige pinticchiata di bagnanti brulicanti si perdeva sconsolatamente nella risacca turchina; il mare era forse l'unica cosa rimasta come allora.
Ammararono a un centinaio di metri dalla costa, soluzione decisamente poco ortodossa ma obbligata. Fossero stati in elicottero si sarebbero beatamente posati sulla terrazza di un albergo, incuranti delle ire del proprietario, di una mezza dozzina di suoi inservienti e dei poliziotti accorsi subito dietro. Almeno il loro, anche se un «catorcio volante» (così lo chiamava Giulio, Marco l'aveva preso per due soldi da un amico che voleva donarlo a un museo aeronautico), era un «idro»volante, con due provvidenziali galleggianti. Marco calò l'ancora (altra stravagante soluzione tutta sua, l'aveva rubata da una petroliera in disuso) e nuotarono senza fretta fino alla spiaggia. Si fecero strada fra gli sguardi attoniti dei turisti e le risatine dei bambini che li additavano, puntando il gabbiotto in legno di un Centro Informazioni che ammiccava come un miraggio nel deserto. L'avvenente receptionist li accolse con un sorriso ampio quasi come la scollatura, dissimulando molto professionalmente la sorpresa e l'istintiva diffidenza.

- Salve, vorremmo informazioni sulla leggenda di Jake Robinson. Era di queste parti, vero? - chiese Giulio in tono compassato. Aveva studiato bene la parte e Marco lo osservava con scherzosa ammirazione.
- Esatto, signore. Cosa vuole sapere in particolare?

- Abbiamo trovato su internet che si è sposato e vorremmo sapere dove si era stabilito con sua moglie... - Marco continuava a rivolgergli sorrisetti compiaciuti.
- Il pirata Jake Robinson sposò una nobildonna inglese, Eva Sparrow, da cui ebbe una figlia, - rispose Silvia (così recitava la targhetta appuntata sul décolleté).

Katherine..., pensò Giulio ricordando la foto che avevano scovato in rete.
- I coniugi Robinson vissero nella tenuta di Greenwood, vicino Londra, fino alla fine dei loro giorni, - continuò Silvia porgendo loro un dettagliato opuscolo. - Ecco, qui trovate tutto: vita, morte e miracoli di Jake Robinson, - concluse conciliante.

- Morte speriamo di no, - sussurrò Marco. Silvia lo guardò interdetta e Giulio gli diede una gomitata. - Grazie mille signorina, - disse sbrigativamente tirandosi dietro l'amico.
- Ancora una cosa signori: se lo desiderate è possibile visitare il castello, nella tenuta. Ci vivono due vecchietti, loro discendenti a quanto sembra.

- Seee... discendenti..., - mugugnò Marco. E altra gomitata di Giulio che questa volta riuscì a portarlo via definitivamente.

Tenuta di Greenwood, nei pressi di Londra, agosto 2014

- Ehiii Jaaake...!

Il vecchio abbassò la scure e riparandosi dal sole con la mano scrutò i due pazzoidi che si sgolavano e si dimenavano a cavalcioni di quel trabiccolo volante.
Giulio e Marco fecero tre o quattro passaggi radenti, sempre gridando e sbracciandosi.
Alla fine l'anziano pirata realizzò. - Ciaaaooo ragaaazziii! - urlò lasciando cadere l'accetta.
- Eva! Vieni a vedere chi c'è! - Una graziosa vecchina raggiunse il marito lì sul prato, accanto alla catasta di legna.
Vista la splendida giornata Jake decise di stendere una coperta all'ombra di una quercia. Trascorsero tutto il pomeriggio a parlare: ricordarono la tremenda esperienza che li aveva fatti incontrare, Giulio e Marco fecero la conoscenza di Eva e tutti e quattro raccontarono a briglia sciolta delle loro vite.
- E così vi siete messi in società e avete aperto una falegnameria... - fece Jake.
- Sì, «Legno dall'altro mondo». Coltiviamo e vendiamo la grinolia dei poveri Liar e Sennar, - rispose Giulio. Al pensiero dei due alieni si rabbuiarono un attimo ma poi la conversazione riprese col solito entusiasmo. Scorrevano fiumi, di parole e di birra fresca.

- Vivete qui da soli? - domandò a un certo punto Marco.

Jake ed Eva si scambiarono un'occhiata. - Venite, - disse infine il vecchio pirata alzandosi ed invitandoli a seguirlo.
Rientrarono tutti nel castello e fiaccole alla mano scesero in silenzio una ripida scalinata ricavata nella pietra grezza. Giunsero a una porticina di legno il cui chiavistello era bloccato da un lucchetto. Jake estrasse dal panciotto la chiave e introdusse Giulio e Marco nell'angusta grotta. Lui e sua moglie Eva attendevano sulla soglia. Un debole fascio di luce filtrava da una finestrella circolare, a rischiarare un piccolo altare con alcune candele, spente al momento, e due ritratti a carboncino. Due donne, una morta nel 1801, l'altra nel 1830. Sorridevano serene.
- Nostra figlia Katherine e nostra nipote Maddy, - spiegò Jake. - Hanno vissuto quanto un normale essere umano, - rivolse un tenero sguardo alla moglie - non si trasformavano, avevano poteri differenti dai nostri...

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Un vecchio cimelio

di Salvatore di Sante

La lingua di fumo si alzava sottile e sinuosa dal comignolo al limitar del bosco, appena più chiara della notte senza luna.
- Vieni giù caro, la cena è pronta, - esclamò Sandra dando l'ultima mescolata allo stufato di montone. Dalla soffitta Hoguar non rispondeva.
La moglie sospirò. Ormai sapeva che quando il vecchio mago si metteva in testa una cosa, nemmeno l'incantesimo più potente riusciva a farlo desistere. Il pentolone ribolliva sopra la fiamma vivace e il profumo delle patate e dei peperoni si insinuava negli interstizi in pietra, accarezzando le venature dei mobili in castagno.
- Ma dove cavolo è?! Oh, sempre così. Ogni volta che cerchi qualcosa non si trova mai... - sbraitava Hoguar.
- Dai che si raffredda! - gridò Sandra.
Dalla soffitta i rumori di cianfrusaglie spostate continuavano, interrotti solo da cupi brontolii e sonore imprecazioni.
- Eh... - la moglie sbuffando sganciò la pentola e la appoggiò un po' a fatica sul tagliere a centrotavola. Dalla finestrella circolare si vedeva la neve posarsi come zucchero a velo.
La tavola imbandita aspettava solo lui: stufato fumante e crostata di more per dolce. Da bere birra scura e idromele. La cena ideale da gustarsi al calduccio di un camino, a lume di candela con la consorte, mentre fuori qualche lupo ululava al rigido inverno.
Ma quella sera Hoguar si era fissato che doveva ritrovare il suo bastone da rabdomante.
Chino sotto il tetto spiovente, con la barba grigia che spazzava le assi polverose, apriva scatoloni, esaminava pergamene e spostava alambicchi. Ogni tanto si imbatteva in qualche barattolo dall'etichetta misteriosa che non ricordava di aver preparato.
- Bile di lucertola... - bofonchiava - cura mal di stomaco, crampi e spossatezza. Cinque gocce la sera per tre giorni... bah... sarà scaduto. E se lo gettò alle spalle, senza romperlo per fortuna.
- Guarda che io comincio a mangiare... - l'avvertimento che gli giunse nitido lo fece arrabbiare ancora di più ma si sforzò di mantenere la calma.
- Domani voglio fare lezione di rabdomanzia. Hai visto il mio bastone?
- No. Lo sai che non metto mai mano alle tue cose, se no poi mi dai sempre la colpa quando non le trovi.
- Eggià. Chissà dove me l'avrà messo... - bisbigliò Hoguar. - Ahia! - girandosi urtò qualcosa col piede. Una sfera azzurra rotolò fuori da un drappo cencioso.
- E questo? - sussurrò il mago. Lo sollevò alla fioca luce della lanterna ed esaminandolo notò all'interno un minuscolo magma arancione pulsante.
- No... - esclamò stupito. Gli occhi si accesero dietro le spesse lenti e un sorriso si allargò lentamente. - Non ci credo... il mio primo Palantìr... (1)
- Sandra, guarda cosa ho trovato! - disse inforcando di corsa la scala a chiocciola.
La moglie si girò verso di lui finendo il boccone e gli lanciò un'occhiataccia.
- Ah... buon appetito cara. Guarda: il Palantìr che mi avevano regalato i miei per il diploma! Saranno passati... - e si mise assorto a contare sul soffitto, - be' adesso non ricordo, un sacco di anni comunque!
- Oh, davvero uno spettacolo. Spero per te che quel coso possa farti apparire una succulenta cenetta romantica, perché per stasera lo stufato te lo scordi! E io scema che perdo tempo a cucinare, farti le crostate, mettere le candele...
- Dai Sandra scusa... - tentò Hoguar. La moglie si girò e continuò a mangiare.
- Tadàn! - esultò lo stregone facendo apparire da dietro la schiena una rosa grande come un cocomero e con ogni petalo di un colore diverso.
Rimase inizialmente contrariata, ma poi finì come al solito per accettare il regalo e sorridergli bonaria. - Sposare un mago ha anche i suoi vantaggi. Vabbe' sei perdonato... puoi mangiare.
- Grazie mille cara, che farei senza di te! Fammi un attimo provare se funziona ancora...
- Ma allora ci fai. Non vuoi proprio cenare stasera eh...
- No, dai. Un secondo solo. Vediamo cosa mi riserva il futuro.
Iniziò a bisbigliare la formula muovendo adagio entrambe le mani intorno alla sfera.
All'improvviso sgranò gli occhi, fece un balzo indietro soffocando un grido e scivolò a terra dopo aver inciampato sulla sedia.
- Che succede, cosa hai visto?! - implorò Sandra.
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(1) I Palantíri (al singolare Palantír), chiamati anche Pietre Veggenti e Pietre Vedenti, sono manufatti di Arda, l'universo immaginario fantasy creato dallo scrittore inglese J.R.R. Tolkien.

 

L'appuntamento

di Salvatore di Sante

Sede della Future Fight S.R.L., Tokyo, Giappone, anno 2054

Un sorriso artificiale si fece largo come una nota stonata sul viso di cuoio di Yoshida Kasumoto, mentre le andava incontro a lunghe falcate e a braccia spalancate.
- Signorina Watanabe, che piacere! - L'esclamazione rimbombò nella maestosa hall pervasa dai giochi di luce delle vetrate e degli infissi metallici.

- Piacere mio! - rispose la giovane porgendogli la mano e cercando lo sguardo dietro le inseparabili lenti scure.
- Grazie per essere venuta di domenica, signorina Midori. Mi segua, l'accompagno allo studio.
Entrati in ascensore Kasumoto premette il pulsante dell'ultimo piano e, come sempre accade secondo una legge non scritta ma universalmente riconosciuta, salirono in silenzio malcelando un leggero imbarazzo.
Le porte si aprirono con un sibilo. Si trovarono davanti un lungo corridoio su cui si affacciavano tante porte tutte uguali, con la maniglia in ottone, una targa nera e una lampadina rossa in cima (essendo giorno festivo le lampadine erano tutte spente).
Il lusso che l'aveva accolta al pianterreno aveva lasciato il posto a un intonaco leggermente annerito. Midori avvertiva una strana inquietudine mentre avanzava sul tappeto logoro di moquette rossa. Non c'erano più quadri alle pareti. Kasumoto le camminava a fianco, lanciando occhiate furtive alla palpitante scollatura che premeva sulla camicetta.
- Eccoci. - annunciò il vecchio presentatore spalancando l'ultima porta in cui confluiva il corridoio.
Midori entrò pensando alla stratosferica cifra dell'ingaggio e forse per questo non diede peso alla fotografia sotto la targa.
All'interno un'unica scrivania a ferro di cavallo costeggiava un mega schermo.
- Questa, signorina Watanabe, è la sala da cui mandiamo in onda La Caccia.
Midori si guardò intorno ispezionando la stanza. - E vuole che io l'affianchi nella conduzione, esatto?
- Esatto. Lei è molto famosa e, se posso permettermi, anche molto bella - disse in tono mellifluo scivolando sulla scollatura. - Con lei attireremo una fascia considerevole di pubblico giovane e gli ascolti schizzeranno alle stelle, più di quanto facciano già!
- Non le nascondo che l'idea mi alletta, - si sbilanciò Midori fantasticando sulla cifra a sei zeri, - ma per telefono non mi ha detto nulla sui contenuti del programma, mi spieghi un attimo...
- Certo signorina Watanabe, con piacere, siamo qui per questo. - Raccolse un telecomando dalla scrivania e un bagliore azzurrognolo infuse vita al pannello LCD da cento pollici.
Le immagini scorrevano, le urla e i boati dirompevano in stereofonia.
PAUSE. Kasumoto ripose il telecomando. - Ecco, questo le può bastare, credo, per farsi un'idea.
Midori fece un respiro profondo e deglutì. Il cuore le martellava nel petto. - Cavolo! - esclamò poi riscuotendosi - roba forte.
- Oh sì... - rispose Kasumoto fissando compiaciuto le immagini cristallizzate.
La scena congelata rimandò la signorina Watanabe alla fotografia intravista entrando.
- Quindi è un film fantastico. Pensavo si trattasse di una trasmissione in diretta...
- E lo è, infatti. - Kasumoto rise, gustandosi la sua espressione sorpresa. - E' un reality show.
Midori proruppe in una sonora risata, cercando la complicità del vecchio. Kasumoto non rise. Allora anche il viso della ragazza iniziò a spegnersi, man mano che una consapevolezza si faceva strada.
In effetti le scene erano di un realismo incredibile. Sembrava proprio tutto vero.
- Allora, che fa, accetta? - chiese Kasumoto.
Midori continuò a fissarlo facendo un passo indietro. Le labbra le tremavano, le parole non le venivano. Mentre corse all'uscita desiderò con tutta se stessa qualcuno a cui chiedere aiuto, ma l'edificio era deserto. Era domenica. E la porta era inchiavata.
- Affare fatto signorina Watanabe? - la incalzò Kasumoto sfoggiando ancora quel sorriso innaturale.
- Mi faccia uscire. - Midori armeggiava invano con la maniglia.
- Mi dica prima se accetta la mia proposta. Vedrà, sarà un successo.
- Voi siete pazzi. Lei è pazzo!
- Può darsi. Ma sono un pazzo ricco e famoso. E lo sarò ancora di più. Grazie a lei, volente o nolente. Parteciperà comunque al programma, signorina Watanabe. Se non vuole farlo da co-conduttrice vuol dire che lo farà da concorrente. - Un ghigno sinistro gli si disegnò in volto. - Domani sarà teletrasportata sull'isola! - annunciò trionfante.
Disperata si avventò su di lui convinta di poterlo sopraffare, ma Kasumoto prontamente le scaricò una bomboletta spray sul viso, fermando l'assalto. Scivolò nell'oblio accompagnata dalla faccia raggrinzita e lampadata del presentatore.

Due giorni dopo

- Ma che caz...! - l'agente di guardia scattò dalla sedia additando il monitor al collega.
Sullo schermo si vedeva un poliziotto, dei quattro in servizio giù nella hall, che si avvicinava all'entrata rivolgendosi a qualcuno. Solo che la telecamera non immortalava nessuno. Il poliziotto volò per terra scivolando fuori dall'inquadratura e il capannello di gente si accalcò alle pareti, facendo il vuoto lungo il corridoio centrale. I due agenti corsero fuori armi in pugno e si precipitarono giù per le scale trascinandosi dietro gli anni e i chili di troppo. D'un tratto si bloccarono ansimanti. Un pipistrello schizzò vicino alla tempia del primo che si abbassò bruscamente, gemendo per la fitta al collo che il movimento repentino gli aveva procurato. Il secondo poliziotto aveva puntato l'arma verso il roditore volante, salvo poi stupirsi di quanto fosse idiota pensare di far fuoco.
Il pipistrello accennò un ghigno sprezzante e continuò il suo volo diretto all'ultimo piano.

- Dieci minuti alla messa in onda! - gridò qualcuno a Kasumoto. Il vecchietto dal viso di cuoio stava dando gli ultimi colpi di pettine alla candida zazzera a spazzola, quando il trambusto lo fece voltare di scatto. Gli operatori alle postazioni saltarono sulle sedie, togliendosi le cuffie. I battenti dell'ingresso esplosero. Una figura vestita di pelle, dai lunghi capelli corvini fluttuò nella stanza e in un attimo serrò in una morsa il collo del presentatore. Poche isolate grida si levarono dalla moltitudine dei presenti, i più rimasero impietriti.

- Che fine ha fatto la mia ragazza? - tuonò il misterioso sconosciuto.
- Di chi parli? - rantolò Kasumoto.
- Midori Watanabe. Aveva appuntamento qui due giorni fa.

Tre colpi di revolver .38 rimbombarono nella sala e scavarono altrettanti fori nel giubbotto del ragazzo, che continuò l'interrogatorio come se niente fosse.
- Da due giorni ha il telefono spento. A casa non c'è. Che fine ha fatto? - gridò stringendogli ancora di più il collo e sollevandolo di un metro buono da terra.
Le due guardie intanto stavano correndo a pistole spianate verso l'aggressore.
- Non sparate idioti, rischiate di colpirmi! - riuscì a farfugliare Kasumoto sempre più sofferente.
Con la mano libera il ragazzo afferrò un tavolino e senza voltarsi lo scagliò contro gli agenti, abbattendoli come birilli.
Nella sala era calato un silenzio di tomba.
- Dunque, vediamo se ti torna la memoria o se finisci prima l'ossigeno... - disse il giovane in tono pacato. - Dimmi dov'è Midori.
Kasumoto sfiatò un sorriso stentato.
- Cos'hai da ridere vecchio?
- Vuoi Midori? E che problema c'è... Non c'è bisogno di scaldarsi tanto. Andiamo in onda a minuti. Ti ci mando subito, da Midori, se è quello che vuoi...
Spiazzato da quelle parole il ragazzo mollò la presa e Kasumoto ricadde a terra, tossendo e tastandosi il collo rugoso.
- Vuoi darti una ritoccatina al trucco, bel tenebroso, prima di raggiungere la tua amata sul set? - chiese beffardo il vecchio presentatore. Sarà un ottimo avversario per i Cacciatori, gli ascolti schizzeranno alle stelle, pensò poi compiaciuto.

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Gli amici ritrovati

di Salvatore di Sante

Tenuta di Greenwood, nei pressi di Londra, anno 1744

- Eccoli papà! - esultò Katherine osservandoli dalla trifora dell'alta torre.
Le sue grida giunsero fin giù nella sala da pranzo, dove i genitori stavano continuando i preparativi.
A quell'annuncio Eva (neanche lei li aveva mai conosciuti) si affacciò timidamente al balcone colonnato.
Due persone risalivano il sentiero di ghiaia che serpeggiava fino al cancello in ferro battuto con l'emblema di famiglia (uno scudo attraversato da due spade incrociate e sormontato da un'aquila che lo ghermisce con gli artigli).
Una era alta e grossa, con un saio marrone e un cappello appuntito a falde larghissime. Camminava appoggiandosi a un bastone.
L'altra era decisamente più minuta e già a quella distanza si vedevano i capelli sparpagliati dal vento.
Tutta la famiglia Robinson accorse a dare il benvenuto agli ospiti.
- Entrate, amici miei, che bello avervi qui! - esultò Jake invitandoli nel meraviglioso giardino.
Abbracciò stretto Hoguar e si scambiarono pacche sulle spalle.
La giovane elfa era ormai una donna ma, come allora, il suo volto risplendeva di una bellezza esotica e sfuggente; la maturità l'aveva resa ancora più attraente.
- Ciao Thearyn! Cavolo, ti trovo benissimo! - Jake si slanciò ad abbracciare anche lei, poi ricordandosi della moglie si trattenne e le porse educatamente la mano.
- Mangiamo qui fuori in giardino, che dite? Si sta d'incanto. Noi andiamo a prendere la roba al castello, voi aspettate qui. - aggiunse Jake facendo cenno di seguirlo alla moglie e alla figlia.
- Come pattuito abbiamo portato i dolci. Una torta di mele e una crostata di lamponi - disse Hoguar.
- Le ho fatte io - aggiunse Thearyn.
La giornata era splendida e ventilata, la cornice ideale per tutte le cose che avevano da raccontarsi, dopo vent'anni. Fatte le dovute presentazioni chiacchierarono e risero tantissimo, si commossero, si confidarono. Dilagò un'affettuosa amicizia, come se si conoscessero tutti da tempo. 
Dopo pranzo Thearyn, Eva e Katherine si sedettero all'ombra di una quercia, mentre Hoguar e Jake combattevano per scherzo poco distanti.
Il pirata si era trasformato e si preparava ad aggredire lo stregone.
- Pligrandigu! (1) - esclamò Hoguar; e cominciò a crescere fino a diventare il doppio del licantropo.
- Guardali... - disse Eva osservandoli che si azzuffavano e si ruzzolavano nel prato.
Superato quel pizzico di gelosia iniziale, Eva aveva subito capito che Thearyn era una bravissima ragazza e mai avrebbe potuto esserci qualcosa tra lei e il suo Jake.
- Fammi vedere come avete immobilizzato la guardia, quella volta... - disse Katherine.
- Ok. Immotus! (2) - esclamò Thearyn indicando una colomba che rimase cristallizzata in aria. - Vai! - disse poi sciogliendo l'incantesimo, e la colomba proseguì il suo volo.
- Forte! - gioì Katherine.
- Ho saputo che anche tu hai poteri formidabili - le disse Thearyn - mostrami qualcosa dai...
- Ok. Pensa un numero tra zero e un milione...
- Pensato.
- Trecentomiladuecentotrentaquattro.
Thearyn rimase basita. - Wow...
- Leggo nel pensiero... - si schermì la fanciulla - e non solo... guarda. -  Indicò una sedia che si librò in aria e rimase sospesa tre metri sopra il tavolo. - Ehi, pa' - apostrofò poi Jake.
Il lupo smise per un attimo di combattere e si voltò verso la figlia.
Katherine frustò il braccio nella sua direzione e gli lanciò addosso la sedia come un proiettile.
Il licantropo la frantumò con una zampata e come se niente fosse riprese a giocare con lo stregone che nel frattempo si era trasformato in un mastodontico orso polare.
- Poteri mentali... telecinesi... una volta ho fatto credere a un tizio di essere una gallina...
- Io se volete mi trasformo in quel mostro là... - fece Eva indicando il marito e fingendo un'espressione delusa.
Si guardarono divertite e risero di nuovo in coro.
- Quindi ci avete trovati grazie ai poteri di Katherine... come funziona di preciso? - chiese Eva alla giovane elfa.
- La magia del teletrasporto guidata dai poteri di tua figlia ha aperto un varco dimensionale tra i nostri due mondi e allo stesso tempo ci ha indicato la strada giusta. Meglio non so spiegarlo, è stato Hoguar, il mio maestro, a fare l'incantesimo.
- Mi ha detto Jake che invece sei stata tu, per errore, a teletrasportarti quella volta sull'isola della Scimmia... - fece Eva sorridendo.
- Esatto. Era pressappoco lo stesso incantesimo, solo che ho sbagliato un ingrediente.
Tutte e tre risero.
- Be', per fortuna. E' stato grazie a voi se mio marito ne è uscito vivo! (http://www.wizardsandblackholes.it/?q=isignoridellacaccia)
- ... E se poi sono nata io - fece Katherine. (http://www.wizardsandblackholes.it/?q=lafigliadelpirata)
- Sai, - disse Thearyn dopo una pausa - avevo più o meno la stessa età che hai tu adesso quando ho incontrato tuo padre...
E l'una negli occhi dell'altra lessero la stessa anima.

1) Formula magica in Esperanto, «Ingrandisci!»
2) Formula magica immobilizzante in lingua latina; compare ne «La Caccia II.»

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